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Collepardo, il Pozzo d'Antullo e la Grotta dei Bambocci

Foto di Stefano Di Stefano  
Il borgo di Collepardo incastonato tra i Monti Ernici - Foto di Stefano Di Stefano

Collepardo
è un comune italiano appenninico di 975 abitanti della provincia di Frosinone nel Lazio.

Sorge a 586
m s.l.m., su un rilievo dei Monti Ernici in un'area interessata da un'importante attività carsica, che risulta evidente nelle profonde gole del torrente Cosa, nelle grotte dei Bambocci e nella grande voragine detta Pozzo d'Antullo.

Collepardo è Bandiera Arancione del TCI.

Nel territorio comunale si raggiunge un'altitudine massima di 1744 m, mentre l'altitudine minima è di 412 m., e per un tratto scorre il fiume Cosa, affluente del Sacco.

Secondo lo storico tedesco Giustino Febrònio (pseudonimo di Johann Nikolaus von Hontheim), il Centauro Chirone, precursore della scienza erboristica, aveva nel territorio di Collepardo il suo "Orto del Centauro".
                     
Foto di Marco Goetz
    Un'altra bella immagine di Collepardo  - Foto di Marco Goetz 

Resti di antichi tracciati, muri di contenimento, segnalano che anticamente il territorio di Collepardo venne scelto per la sua morfologia naturale per essere attraversato da una importante via di comunicazione, edificata dagli
Ernici che valicasse l'Appennino per collegare le loro città sparse tra il Lazio e l'Abruzzo.

La scelta cadde probabilmente in questa zona per la presenza dell'importante
fiume Cosa, all'epoca molto più abbondante di acque tanto da chiamarsi "Acquosa". Il fiume Cosa (o Acquosa) ha sempre avuto una notevole importanza nella storia del luogo sin dai tempi dei primi insediamenti umani sulle sue sponde in epoca protostorica e volsca testimoniati dal ritrovamento, a partire dagli anni '60 del secolo scorso, di alcuni nuclei di necropoli lungo tutto il tratto del fiume e di resti di abitati del VII - VI secolo a.C.

Foto di Maurizio Ciliegi
Il fiume Cosa nasce dal monte La Monna dei Monti Ernici, nel territorio di Guarcino.  Attraversa diversi comuni e dopo aver percorso complessivamente 35 km, finisce per confluire nel fiume Sacco in prossimità di Ceccano - Foto di Maurizio Ciliegi

Il Cosa ha continuato ad essere determinante per la vita delle popolazioni locali in quanto con le sue polle sorgentizie ha costituito per lunghi secoli l'unica possibilità di approvvigionamento dell'acqua per uso domestico, per le colture e per l'allevamento. Sulle sponde del fiume erano già presenti nel Medio Evo alcuni mulini per la macinazione dei cereali. Il bacino idrografico del fiume Cosa confluiva nel
fiume Sacco, praticamente allacciando tutti i centri ernici in territorio ciociaro. Inoltre, le sorgenti del Cosa si trovavano assai vicine ai valichi appennini per l'Abruzzo e il primo tratto del fiume correva in una lunga valle il cui passaggio in essa permetteva di evitare percorsi montani assai più accidentati, tratti ripidi, impraticabili per gran parte del traffico commerciale, arrivando al confine molto più celermente. La via che ne seguì fu una via di massima importanza strategica, economica e militare, anche se la larghezza, come tutte le strade antiche, era di solo qualche metro. Questa strada passava accanto o vicino al fiume Cosa o a mezzacosta sui fianchi montani per evitare gole strette nel fondovalle ed è ipotizzabile che lunghi tratti di fiume furono utilizzati al posto della strada o resi navigabili con dighe e sbarramenti usando delle barche a fondo piatto.

Nelle Grotte di Collepardo si sono trovate testimonianze di vari stazionamenti umani in epoche differenti e reperti pagani del culto misterico solare del Mitraismo, segno che la grotta era uno dei santuari che di solito anticamente venivano aperti su vie maggiori per i pellegrini e viandanti che lì passavano.

Questa strada fu incrociata in età romana con la consolare via Prenestina; da questo punto si era collegati anche con Roma e viceversa si svoltava verso Collepardo, Trisulti raggiungendo l'antico Sannio.

Nell'antichità, come in seguito nel Medioevo, la strada era la principale protagonista su cui si basava tutta l'economia di allora, il commercio avveniva tra i popoli toccati da essa ed era vitale difenderla dal brigantaggio, attrezzarla con alberghi, osterie, poste, torri e castelli, zone di mercato; sulla strada si potevano vendere i prodotti lavorati e coltivati, guadagnare dando ristoro e asilo ai viandanti, ai pellegrini e ai loro carri ed animali. Anche i templi lungo la strada ricevevano l'obolo dei passeggeri.

Se il castrum di Trisulti fu eretto a scopo strategico-militare, Collepardo invece, molto tempo prima, fu fondato come un Emporio da una comunità organizzata tra i monti, un centro rurale per sfruttare la strada per i commerci dei suoi prodotti agricoli, la sua viabilità e il fiume anche per il suo fabbisogno d'acqua.Quasi sicuramente i fondatori furono gli Ernici, più difficile una fondazione latina. Il sito dell'antico Collepardo non era il presente; un primo stanziamento va ricercato nella zona di Trisulti e poi nell'impervia "Civita" ed infine in quello attuale.  

Foto di Emilia Trovini
                                               Scorci del centro storico - Foto di Emilia Trovini e Italia virtual tour 

Sopra le sorgenti del fiume Cosa venne eretto nel XII secolo, dalla potente famiglia Colonna, il Castello di Trisulti, sito dov'è oggi l'omonima Certosa. Il nome Trisulti, che sembra derivi dal latino "Tres saltibus", poiché il castello dominava i tre valichi (i "salti" o passi) che immettevano rispettivamente verso l'Abruzzo, verso Roma e verso la Ciociaria. Un avamposto negli interessi dei Colonna, eretto nel medioevo a difesa dell'importante via di comunicazione; sicuramente i Colonna imponevano un pedaggio e il controllo sulle truppe e delle merci che lì transitavano. Nel nome Civita si può ipotizzare che nel periodo romano, Collepardo fu eletto a "Civitas", un insediamento urbano non organizzato come città.  

Foto di Franco Olivetti
 L'edificio del Comune - Foto di Franco Olivetti

La fondazione del paese odierno però va fatta risalire probabilmente alla prima metà del
VI secolo, con lo stanziamento di una comunità di pastori per volere di Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, nella zona dove più tardi sorgerà il castello di Trisulti (si ritiene infondata la fondazione del paese da parte di cittadini della vicina Alatri qui rifugiatisi per sfuggire alle devastazioni di Totila).
                                       

Si può supporre però che Alatri abbia inviato, per metterle al sicuro da razzie, mandrie, merci, contadini e pastori ad accrescere un agglomerato preesistente su una collina impervia ed inespugnabile in accordo con la popolazione locale; ciò recava lavoro alla comunità come guardiani di greggi; questo toponimo probabilmente non ebbe subito mura di cinta e si proteggeva dalle intrusioni con il suo difficile accesso naturale o con la forte difesa dei suoi abitanti; da qui forse il nome di "colle-pardo" o colle selvaggio.

Foto di Pietro Scerrato
                                              Le case del borgo - Foto di Pietro Scerrato

Ma forse, più verosimilmente, il termine selvaggio non era riferito solo alla natura aspra del sito, ma anche alla bellicosità della sua gente. Nell'antico stemma di Collepardo oggi troviamo un gattopardo vicino ad un fiume e questo simbolismo, in pratica, è la sintesi della realtà storica del paese. Il gattopardo araldico, che significa "La vigilanza, il coraggio e l'irruenza" vuole alludere allo stato continuo di allerta dalle invasioni in cui viveva anticamente la comunità della collina sopra il fiume, il rispondere agli attacchi con coraggio ed irruenza, per difendere la sua sopravvivenza medesima e i suoi commerci; in alto nello stemma vi sono tre stelle, di cui quella centrale una cometa, quasi certamente allude alla Civitas collepardese; le altre due stelle probabilmente indicano altre contrade, forse centri di origine o originati sempre nel tradizionale saggio governo e nello spirito combattivo collepardese, quello di riuscire a vivere in una terra bella ma assai inospitale e perigliosa sulla lunga valle del fiume Cosa.

Da quel primo insediamento, come già detto, gli abitanti si spostarono prima ad Adragone, o Atricone, luogo oggi noto come Civita e tuttora abitato, e poi, tra il IX e il X secolo, nel periodo dell'incastellamento, nel sito attuale: il borgo venne difeso da mura e torri che, in forme rimaneggiate più volte, sono sopravvissute fino ad oggi.

Foto di Franco Olivetti
La panchina in piazzetta - Foto di Franco Olivetti

Collepardo fu più volte soggetta alle iniziative espansionistiche della città di
Alatri; l'elezione di papa Martino V Colonna significò l'inizio del dominio della famiglia del pontefice sul paese (1422): i Colonna erano già stati proprietari del suddetto castello di Trisulti, poi da loro stessi distrutto nel 1300. Continuarono tuttavia le controversie con Alatri, per la determinazione dei confini.

Nel XVI secolo il governo di Collepardo passò di fatto ad un ramo dei Tolomei di Siena, che si imparentarono con una famiglia locale, i Lattanzi.

Foto di Emilia Trovini
Il Portale Tolomei. Camminando nel borgo antico ci si imbatte in questo portale del 1606 che ricorda la presenza della famiglia Tolomei come amministratori della città. I Tolomei erano una ricchissima famiglia di mercanti di Siena i cui esponenti furono più volte esiliati a causa di contrasti politici,  originando numerose linee collaterali e rami al di fuori da Siena. In particolare il “ramo romano della famiglia, arrivato nella capitale a seguito della chiamata di Innocenzo VI a capo del Senato Romano di Raimondo Tolomei (di cui ancora oggi si conserva lo stemma nell'Aula Consiliare del Palazzo Senatorio di Roma). La famiglia nel  1503 acquistò dai Colonna i territori dei liberi comuni di Collepardo, Guarcino, Vico nel Lazio fino alle alture di Anticoli e Fiuggi - Foto di Emilia Trovini

Nel tempo, la geografia politica ed economica cambiò radicalmente, si aprirono nuove strade e la vecchia strada del fondovalle, che era stata così importante, cadde in disuso fino a sparire completamente. Sparirono anche altre comunità preesistenti che andarono ad insediarsi in luoghi più economicamente vantaggiosi; Trisulti e Collepardo sono invece sopravvissute, oggi collegate da una sinuosa strada asfaltata panoramica ma isolate tra i Monti Ernici, fuori della normale viabilità del territorio ciociaro.

Chiesa del Santissimo Salvatore


                         Interno della Chiesa del Santissimo Salvatore - Foto italiavirtualtour

 
*La Chiesa del Santissimo Salvatore di Collepardo è stata costruita a metà del XV secolo, anche se il suo nome appare già in un documento datato 1252.

E’ all’interno di questa chiesa che viene custodito il busto in argento del Santissimo Salvatore, patrono di Collepardo, realizzato secondo i dettami del Bernini nel 1768.

L’edificio di culto fu eretto utilizzando alcuni materiali provenienti dalla Basilica di San Giovanni in Laterano di Roma, gravemente danneggiata da due incendi. Della basilica romana sono il portale principale e l’acquasantiera che si trova alla sinistra dell’entrata principale. La facciata è caratterizzata anche da un profilo in marmo del volto di Gesù Cristo.

L’interno della chiesa è diviso in tre navate che terminano in un presbiterio. Le colonne della chiesa e gli affreschi intorno al ‘600 furono ricoperti da uno strato di intonaco a causa di una grave pestilenza che interessò il territorio. Oltre all’altare centrale, oggi è possibile ammirare quattro altari laterali, anche se originariamente erano nove.

Nel presbiterio troviamo un tabernacolo barocco, in legno dorato, a pianta centrale che rispecchia lo stile del Bramante. Nell'abside, sopra il coro ligneo seicentesco a 12 posti, si trovano tre quadri, sempre del Seicento: quello centrale raffigura il Salvatore. Mentre ai lati troviamo due vetrate e gli altri due quadri che rappresentano gli apostoli Pietro e Paolo.

Nella navata a destra dell’entrata principale si trova il Battistero che presenta sul soffitto alcuni affreschi solo parzialmente visibili e databili al ‘500 e ‘600. I dipinti parietali raffigurano San Carlo Borromeo, Santa Caterina da Siena e Santa Filomena.

Nella navata a sinistra troviamo un altare del 1857 con una tela che raffigura la Madonna del Carmelo, qui si trova anche una pietra “meteorologica” che curiosamente trasuda acqua qualche giorno prima di ogni temporale.

Tra le altre opere custodite all’interno della chiesa ricordiamo il quadro di San Sebastiano Martire, una tela settecentesca di scuola senese dedicata alla Madonna del Giglio, quella della Madonna del Rosario, realizzata per celebrare la vittoria nella battaglia di Lepanto del 1571, due minuscoli frammenti della Santa Croce, donati dalla famiglia Colonna, una tela raffigurante Maria Regina Mundi, con San Silvestro Papa, San Lorenzo martire e San Nicola vescovo, ovvero i tre santi titolari di altrettanti conventi che un tempo insistevano sul territorio collepardese, ed un organo del 1836 ancora funzionante.**

Testo: da * a ** Italiavirtualtour 

Certosa di Trisulti

Foto di Carlo Pascucci
                      La Certosa di Trisulti, un gioiello nascosto tra i Monti Ernici - Foto di Carlo Pascucci

È un monastero che si trova nel comune di Collepardo. È monumento nazionale dal 1873. Fu gestita dai Certosini di
San Brunone (o San Bruno), sostituiti nel 1947 dai Cistercensi.

Tra le cose notevoli da visitare i suoi magnifici giardini all'italiana, con siepi scolpite e a labirinto frammiste ad aiuole di composizione floreale; la sua antichissima Farmacia, con la sua iconografia delle piante officinali veramente splendida ed unica. In essa si trovano inoltre, affreschi e la famosa grafica della "Testa anatomica" di Filippo Balbi realizzata nel 1854, raffigurante un viso composto da uomini in miniatura, che venne inviata all'Esposizione universale di Parigi del 1855; la Chiesa di San Bartolomeo con gli affreschi del Balbi e il grande scranno in legno scolpito della Schola Cantorum. Edificata intorno all'anno mille in pietra ernica, la Certosa contiene esempi ancora visibili di archi gotici che vennero ricoperti quando il gotico fu bandito dalla Chiesa Cattolica. Era la residenza estiva di papa Innocenzo III. La Certosa è immersa tra boschi di querce e gode di un panorama spettacolare, affacciandosi dall'alto della cosiddetta Selva d'Ecio, dove principia il Cosa (Capofiume,) alle falde del Monte Rotonaria (Monti Ernici), a 825 m di altitudine e a 6 km a nord-est del centro abitato.

Santuario della Madonna delle Cese
Foto di Stefano Di Stefano
            Il Santuario Madonna delle Cese - Foto di Stefano Di Stefano

*Le vicende del santuario della Madonna delle Cese sono strettamente correlate con la vicina Certosa di Trisulti, da cui dista circa due chilometri, e da cui ha inizio il suggestivo percorso che, dipanadosi tra i boschi, giunge all’eremo. Il piccolo santuario sorge in un ampia grotta, dimora già in epoca  antecedente al mille di asceti eremiti.

Una antica tradizione colloca al VI secolo l’apparizione ad un pio eremita della Madonna che lasciò impressa sulla roccia la propria immagine. Venuto a conoscenza dell’episodio il Cardinale Lotario Conti, che aveva una residenza nelle vicinanze, divenuto Papa nel 1198 con il nome di Innocenzo III, in memoria di tale miracoloso evento diede inizio ai lavori della Certosa presso il proprio palazzo (1204), che personalmente consacrò nel 1211.
       
Storicamente, l’esistenza di una cappella dedicata alla Madonna delle Cese è documentata nel 1274, molto più piccola della attuale chiesa e comprendente la sola porzione in cui oggi si apre la porta d’ingresso e la finestra con la grata. Alla fine del ‘600 vennero eseguiti alcuni lavori di ampliamento e la porzione raffigurante il viso della Madonna del miracoloso affresco rupestre fu staccata e portata alla Certosa, dove ancora oggi è custodita.

Al suo posto fu collocata una tela ad olio della “Madonna del Carmelo” protettrice dei certosini, probabile opera di Fra Francesco David certosino spagnolo.

La venerata icona, insieme al santuario è visitabile solo in presenza dei certosini; dall’inferriata presente sulla facciata è comunque possibile contemplare l’interno dell’interessante chiesa. La festa della madonna delle Cese si celebra l’8 agosto di ogni anno con il concorso numeroso di devoti provenienti dalle località vicine, e il quadro della Madonna viene portato in processione nei dintorni.**

Testo: da * a **  www.viaggispirituali.it  


Grotte di Collepardo

Foto di Alberto Bevere
 Le Grotte di Collepardo (note come Grotte dei Bambocci) sono state originate da quell'insieme di fenomeni carsici presenti nel comune di Collepardo - Foto di Alberto Bevere 

Le Grotte di Collepardo (anche note come Grotte dei Bambocci) sono state originate da quell'insieme di fenomeni carsici presenti nel comune di Collepardo legati all'erosione sottoranea del suolo da parte dell'acqua, similmente alla vicina dolina carsica detta Pozzo d'Antullo.

Foto di Gerardo Forti
                           Un'altra immagine delle Grotte dei Bambocci - Foto di Gerardo Forti

Il nome di Grotte dei Bambocci ha origine dalla caverna principale dove numerose stalattiti per le loro forme richiamano l'aspetto di bambole e pupazzi (detti appunto bambocci). Questo nome fu sostituito poi in "Grotte Regina Margherita" nel 1904 quando il Comune di Collepardo dedicò le grotte alla prima Regina d'Italia dopo la sua storica visita nella caverna. All'interno delle grotte sono stati rinvenuti resti di fauna risalenti al pleistocene, come Cervus elaphus, e scheletri umani dell'età del bronzo, collocabili fra il 1600 e il 1400 a.C..

Degni di menzione numerosi ex-voto pagani rinvenuti nella grotta, legati al culto solare del Sole Invitto Mitra. Questi reperti indicano che nella grotta vi era un grande santuario mitraico, detto "Mitreo", meta di continui pellegrinaggi, dove si svolgevano i riti misterici solari. I Mitrei erano dentro grotte naturali o artificiali che ricordassero la grotta dove nacque il dio Mitra il 25 dicembre; ma la grotta simboleggiava il nostro Universo, la "Caverna cosmica" cosicché, secondo i pagani, il dio nasceva in una grotta per simboleggiare la sua venuta nel nostro universo. Un sacerdote mitraico vestito di rosso detto "Pater" presenziava i riti di iniziazione nel Mitreo, tra cui il battesimo di acqua e poi di fuoco. Il Mitreo delle grotte di Collepardo doveva essere un grande santuario molto conosciuto all'epoca. 

 Pozzo d'Antullo 


                                 Il Pozzo d'Antullo visto dall'alto - Foto Comune di Collepardo

Il pozzo d'Antullo è una grande voragine carsica, con una profondità massima di 80 m e con una circonferenza di 300 m, originata dallo sprofondamento del suolo legato ai fenomeni di carsismo della zona, che si ritrovano anche nelle vicine grotte dei Bambocci.

Nel fondo del pozzo, coperto da vegetazione, sono presenti delle curiose stalattiti curve, generate probabilmente dal vento proveniente dai cunicoli laterali che modificano la deposizione dei cristalli di calcare.


              Il Pozzo d'Antullo visto dall'interno della voragine - Foto Wikimapia.org

Il Gregorovius, che visitò «lo strano pozzo nelle rocce di Santulla» nel 1858, così lo descrisse nella sua opera Passeggiate per l'Italia:

« una cavità circolare che mi rammentò vivamente le grandi latomie di Siracusa. Questa misteriosa fonte ha una circonferenza di 1500 passi, discende ad una profondità di 150 piedi circa e nel fondo lascia vedere una foresta [..] Laggiù scaturiscono abbondanti sorgenti dal corso misterioso che mantengono il verde dell'erba, mentre questa vasta conca tira a sé la rugiada notturna. Discendendo collo sguardo lungo le pareti giù nel profondo si osserva una meravigliosa vegetazione: in forme bizzarre e fantastiche, simili alle stalattiti, crescono dappertutto cespugli di lentischi e ginestre selvatiche dai fiori dorati. Le pareti presentano tutti i variati colori dell'iride perché ora la roccia si tinge di un delicato grigio argenteo, ora invece è di un bel rosso acceso, giallo o turchino scuro, oppure nero addirittura. »

Riguardo alle leggende sull'origine della voragine lo studioso tedesco riporta che

« Il pozzo, mi dissero, era una volta una grande aia circolare; i contadini un giorno osarono battervi il grano benché si solennizzasse l'Assunzione della Beata Vergine. La Madonna adirata di quel sacrilegio fece sprofondare ad un tratto l'aia con tutto ciò che vi si trovava sopra e così si formò il pozzo circolare. Del resto, non essendovi nei dintorni alcuna traccia di vulcani, potrebbe essere giusta l'opinione di alcuni che suppongono che il pozzo fosse una caverna di cui sia sprofondata la volta. »

  Testo: Wekipedia
 

Foto di Stefano Di Stefano, Marco Goetz, Maurizio Ciliegi, Emilia Trovini, Franco Olivetti, Pietro Scerrato, Carlo Pascucci, Alberto Bevere, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone. 
 
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