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Castro dei Volsci e il monumento alla Mamma Ciociara


Il grazioso borgo medievale di Castro dei Volsci, un cucuzzolo di case affacciate sulla Valle del Sacco che nel 2016 è entrato a far parte dei Borghi più belli d'Italia  - Foto Comune di Castro dei Volsci

Castro dei Volsci è un paese posto nel mezzo della Valle del Sacco, a 100 Km circa da Roma e sulla line ferroviaria Roma – Cassino – Napoli.

Nel 2016, il borgo di Castro dei Volsci è stato inserito tra i Borghi più belli d'Italia.

Il nome, anche se denso di storia, è relativamente recente, risale al 1816, quando il Connestabile Filippo Colonna III rinunciò alla sua giurisdizione sul fondo, prima era Castrum Castri o Castrum S. Petri
 
La Valle del Sacco è un luogo denso di storia, teatro di molte vicende sin dal paleolitico superiore. Sono inoltre, molto diffuse le testimonianze del periodo preromano, romano e di epoca alto medievale e medievale. Il territorio controllato dal borgo di Castro dei Volsci è fertile e caratterizzato da clima ospitale con leggeri declivi e terrazzamenti ed è percorso dal fiume Sacco, importante arteria che dai monti Prenestini attraversa tutta la valle sino alla confluenza con il Liri a sud-est di Ceprano.


 Il borgo è adagiato su una verde collina che scende con leggeri declivi e terrazzamenti -  Foto  www.italiavirtualtour.it  

Sin
dai tempi più remoti proprio il fiume ha rappresentato una fonte di ricchezza per la valle, sia per il sostentamento alimentare che, per le possibilità di trasporto. Lungo il corso naturale del fiume e lungo le vie di comunicazione, che negli anni sono sorte seguendo la sua direttrice, sorgono diversi centri di interesse storico-artistico, le cui vicende storiche e sociali hanno raggiunto, in alcuni casi, momenti di grande valenza monumentale ed artistica, come testimonia ad es. Anagni, Alatri, Ferentino, Frosinone, Ceprano, Castro dei Volsci. 
 

Soffermarsi sulle vicende avvenute in questi luoghi significa davvero ripercorrere la storia dell’uomo dalla preistoria sino ai nostri giorni, passando attraverso le scelte e le abitudini dei diversi popoli che si sono avvicendati su questo scenario, dai popoli Italici (Ernici e Volsci arroccatisi sui monti che da loro prendono il nome), fino alla conquista romana, allo splendore delle città del medioevo come Anagni, città dei Papi, Ferentino, Veroli, sede delle Diocesi e ai Castra, come Castro dei Volsci, arroccati sulle colline, con il borgo circondato da imponenti cinte murarie Storicamente Castro dei Volsci , fu interessato dall’espansione dei Volsci a partire dal V-IV sec. a.C.

                                              Immagini del centro storico - Foto www.parcoaurunci.it  

Essi arrivarono nella valle del Sacco attraverso la valle di Roveto, dilagando lungo le vie fluviali, fino a raggiungere il mare attraverso la valle dell’Amaseno. Con la conquista romana, molte colonie vennero dedotte in questa valle fertile, in cui si snoda l’asse viario principale di epoca romana, costituito dalla via Latina, che collegava Roma con l’Italia Meridionale con un percorso diretto ed agevole, attraversando proprio il territorio di Castro dei Volsci e collegando anche i vari centri posti a destra e a sinistra del fiume Sacco.  Nelle vicende storiche della valle, Castro proprio per la sua centralità, si inserisce sin dalla preistoria con rinvenimenti di età paleolitica, databili all’industria litica di 700.000 anni fa. Il periodo volsco è testimoniato dai resti del circuito in opera poligonale di “Monte Nero”.


                                          Scorcio del centro storico - Foto Italia virtual tour

La conquista romana è attestata dai numerosi siti archeologici denunciati sul territorio, tra di essi il primo studiato ed edito è proprio quello del Casale, che testimonia il vissuto nell’area dall’età repubblicana all’alto medioevo.

E’ proprio questo sito che fa di Castro dei Volsci un centro di notevole importanza archeologica ben oltre i confini locali.

L’interpretazione delle strutture portate in luce, denuncia l’abbandono del sito nel IX sec. d. C. , quando per il fenomeno legato all’incastellamento, la comunità del Casale si sposta sulla rocca di Castro dei Volsci, che da quel momento nasce come borgo medievale
 

Foto di Emilia Trovini Foto di Emilia Trovini
                                                Porta e Torre dell'Orologio - Foto di Emilia Tovini

Il periodo che va dall‘anno 1000 al 1816, vede il paese di Castro dei Volsci legato alle alterne vicende politiche delle varie famiglie nobiliari a cui fu affidata come castellania, pur rimanendo patrimonialmente appartenente alla Chiesa romana, come rocca con particolari funzioni strategiche nella provincia di Campagna.

Nel periodo in cui trionfava l’ideale teocratico e si stava operando una profonda riorganizzazione del dominio temporale della Chiesa, Castro per la sua posizione di confine, a cavallo tra Stato Pontificio e Regno di Napoli, rientra nelle “munitiones” che i vari Papi cercavano di mantenere “ad manus suas” , attraverso fidati castellani.  


Il monumento alla Mamma Ciociara, collocato su una grande terrazza panoramica denominata Il Balcone della Ciociaria - Foto de I Borghi più belli d'Italia

L’abitato era sorto nelle vicinanze del monastero di S. Nicola, edificato dai Benedettini nell’anno 1000, in seguito per scopi difensivi l’abitato fu circondato da una cinta muraria che permetteva l’accesso alla rocca attraverso tre porte più esterne: Porta della Valle, Porta di Ferro, Porta dell’Ulivo ed al cuore della città attraverso la Porta dell’Orologio, la quarta e più interna.  Numerosi furono gli attacchi subiti, sin dal 1165, anno in cui la rocca fu assaltata dalle truppe del Barbarossa, sino a tutto l’800 con le scorrerie legate al brigantaggio.

Oggi sono visitabili sia la chiesa di S. Nicola con affreschi del Vecchio e del Nuovo Testamento del XI sec. , sia le quattro porte con la relativa cinta muraria, ma anche molto di più si può ammirare passeggiando per il centro storico, ad es. botteghe medievali, vicoli caratteristici, figure apotropaiche, passatempi scolpiti nella roccia ecc…    

Importante fortezza a difesa dello Stato Pontificio, vede passare al suo governo personaggi di rilievo dell’amministrazione papale sino al 1409, anno in cui per la prima volta compare la famiglia Colonna. Anche per questo periodo le sorti del paese sono alterne e legate alle burrascose vicende dello scisma d’Occidente. Alessandro V “Papa Conciliare” era osteggiato da Ladislao Re di Napoli, che era appoggiato dalla famiglia dei Colonna di Palestrina. Alessandro V, volendo portare dalla sua parte i Colonna di Genzano concede loro la castellania di Castro.

                                                             Ancora scorci del centro storico - Foto web 

Da questo momento le vicende di Castro sono legate a quelle della famiglia Colonna, che vede tra le sue fila, papi, cardinali e personaggi molto potenti e molto osteggiati. Si passa da una esaltazione del loro potere con Martino V ad una serie di persecuzioni familiari con le proscrizioni di Alessandro VI , Paolo III e Paolo IV, che addirittura confischerà il borgo ai Colonna, provocando la reazione dei cittadini che erano affezionati al loro signore. La pace venne restaurata da Marcantonio Colonna, con la vittoria di Lepanto (1562). Fino al 1798 il feudo rimane alla primogenitura della famiglia Colonna, nel 1816, la stessa famiglia rinunciò alla giurisdizione sul fondo.

La prima metà del ‘900 , vede il paese interessato dalle due guerre mondiali , di cui la seconda vissuta più da vicino, poiché oltre alle milizie fornite , anche la popolazione civile fu coinvolta essendo il fornte di Cassino a pochi chilometri dal paese. Il sacrificio di molte vite umane è rimasto consegnato alla storia da diversi monumenti commemorativi presenti a Castro ed in tutta la zona.          

La Chiesa di Santa Oliva


                    Chiesa di Santa Oliva, la Santa Patrona di Castro dei Volsci  - Foto di www.prolococastrodeivolsci.it .

*Sulle sommità di Castro dei Volsci all’interno delle mura castellane troviamo la chiesa di Sant’Oliva, l’edificio di culto è contiguo alla Rocca.

La prima volta la chiesa venne nominata nel 1125 nella Bolla di Onorio II , la chiesa venne edificata contigua alla Rocca proprio dove precedentemente sorgeva una chiesa dedicata a San Pietro.

Foto di Maurizio Ciliegi
Interno della chiesa di Santa Oliva - Foto di Maurizio Ciliegi

L’interno a navata unica conserva un altare maggiore consacrato nel 1537 con dietro un grande affresco che raffigura la Santa che protegge il Paese dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, la leggenda narra che due piloti americani dopo aver fatto cadere le bombe sul centro abitato si resero conto che le bombe non caddero all’interno del centro ma fuori in tal modo non causarono una strage; dopo il bombardamento Richard Nelson tornò a visitare il paese e si soffermò a visitare la chiesa di Sant’Oliva.  

Foto di Emilia Trovini
Il coro della chiesa - Foto di Emilia Trovini 

Sant’oliva tutt’oggi è molto venerata ed è la Patrona di Castro dei Volsci, viene festeggiata il 3 giugno anticamente veniva festeggiata il 15 gennaio (festa di Santa Gliva vecchia).  ** Testo: Da * a **  www.prolococastrodeivolsci.it 

La chiesa di S. Nicola 

Foto di Emilia Trovini
La chiesa di San Nicola è uno dei primi monasteri costruiti dai Benedettini, dopo il cenobio di Montecassino, rimangono tracce consistenti lungo le pareti più antiche di un ciclo di affreschi, con scene del Vecchio e Nuovo Testamento, eseguito nel XIII sec. Lo storico d’arte A. Marabottini, è arrivato, dopo una analisi stilistica delle opere, ad avanzare l’ipotesi che il ciclo castrese sia stato eseguito intorno al XIII sec. da un lavorante della bottega del maestro delle Traslazioni di Anagni, il quale mentre mostrava di conservare temi e modi di stile bizantino, ne traduceva però la lezione con tecnica veloce e sbrigativa. Nella chiesa sono presenti due navate, quella originaria più una seconda che fu costruita in seguito insieme all’ingresso usato ancora oggi. La chiesa un tempo era molto utilizzata da chi si trovava in viaggio anche come rifugio, vista la posizione strategica di Castro, e soprattutto perchè era la prima chiesa che si incontrava essendo costruita fuori la cinta che circondavano Castro: da questo il nome S. Nicola fuori le mura (Testo Proloco Castro dei Volsci) - Foto di Emilia Trovini

"La chiesa di S. Nicola è il principale monumento storico di Castro dei Volsci. Conserva tracce rilevanti di affreschi, alcuni contemporanei alla sua edificazione, quando più che una chiesa era un modesto oratorio.
Il nucleo originario della chiesa attuale fu costruito nella metà del VI sec. d.C. e dedicata al Santo protettore di Bari.

S. Nicola nacque a Patara, importante città della Licia (attuale Turchia). Visse durante le persecuzioni di Diocleziano e Massimiliano nel IV sec. d.C. e divenne vescovo di Mira, dove morì. Secondo la tradizione, nel 1087, le sue spoglie furono trafugate e portate a Bari, di cui divenne il Santo Protettore.

Alcuni secoli dopo la sua costruzione, a ridosso della chiesa, fu edificato un modesto monastero dai monaci di San Benedetto da Norcia. Sappiamo da una Bolla Pontificia del 1226 che il Papa Onorio III affidò la chiesa e il monastero attiguo ai Frati Minori, i quali si preoccuparono di restaurarla e di ampliarla, così come oggi si conserva. Successivamente il vescovo Lombardi la concesse definitivamente ai monaci francescani, aventi però come coadiutore un sacerdote, nominato a tal proposito parroco di S. Nicola.

La chiesa, ben conservata e recentemente restaurata, è un esempio di architettura paleocristiana dell'Alto Medioevo. Un'architettura che, rimodellata da rifacimenti successivi, subì l'influenza dell'Arte Benedettina e poi Romanica.    

Foto di Emilia Trovini
Interno della Chiesa di San Nicola. Sulle pareti affreschi dell' XI sec. ispirati al Vecchio e Nuovo Testamento- Foto di Emilia Trovini 

Di notevole pregio storico e artistico sono le pitture murali dell'interno, attribuite alla scuola benedettina. Esse sono disposte sulle due pareti principali e riproducono il Ciclo della Creazione e della Cacciata dal Paradiso Terrestre.

Nella biografia di S.Francesco, scritta da S. Bonaventura da Bagnorea, si racconta di un miracolo compiuto dal Poverello d'Assisi durante una visita alla chiesa di S. Nicola a Castro nella primavera del 1222." 

Oggi Castro dei Volsci è  un tranquillo paese inserito nella provincia di Frosinone con poco più di 5000 abitanti. Circondato dalla natura che in alcuni casi si conserva ancora incontaminata, contraddistinto da un centro storico su una estrema propagine dei monti Ausoni ed un centro economico-commerciale, moderno, sorto nella pianura sottostanteDagli spalti dell'antica Rocca, dove la tradizione popolare addita la grotta in cui si rifugiarono la leggendaria regina Camilla e suo padre Metabo, e' sempre possibile ammirare uno spettacolo varioe suggestivo.

Negli anni ’70 il Ministero della Pubblica Istruzione lo ha riconosciuto come “zona di notevole interesse pubblico” perché raccoglie punti pubblici di bel vedere di eccezionale importanza panoramica, ed inoltre il centro storico forma un complesso di notevole valore estetico tradizionale. 

Foto di Graziano Rinna
Il fascino di Castro dei Volsci avvolto dalla nebbia, con la sommità del borgo che affiora da un ipotetico nulla  - Foto di Graziano Rinna 

Nelle giornate nebbiose sembra di trovarsi sulla tolda di una nave, sotto un mare grigio da cui affiorano come isolette le cime dei colli e degli altri paesi sparsi all’interno della valle. Con il cielo limpido si può godere a pieno di tutto il paesaggio da Palestrina sino a Monte Cassino.

Nelle serate estive poi, il paesaggio diventa incantevole e si ha l'impressione che l'ampio cielo stellato, piegandosi dolcemente all'orizzonte, si distenda ai vostri piedi come un immenso tappeto.

All’interno del centro storico il tempo sembra si sia fermato, il visitatore curioso, potrà vedere le casette in pietra grigia addossate l’una all’altra, vicoli stretti e tortuosi con ancora la vecchia pavimentazione a schiena d’asino in cotto e calcare, piazzette piccole piccole come salottini, torrioni di guardia, botteghe medievali e tanto altro.

Il tutto sembra rianimarsi durante i due eventi che oggi si svolgono all’interno dell’incantevole abitato, il Paese diventa Presepe e Carnevale nel Folklore.

Il Paese diventa Presepe 

Questa manifestazione trasforma nel periodo di Natale il paese intero in un enorme presepe di ambientazione ottocentesca.


Foto  http://www.ilpaesediventapresepe.it/gallerywell188

Molte botteghe antiche vengono riaperte ed allestite con materiali della tradizione.

Adulti e bambini in costume ciociaro popolano le stradine e gli angoli tipici illuminati da fiaccole a vento, impegnati in antichi mestieri, ormai scomparsi in un’atmosfera magica e rievocativa della natività e dei tempi passati. Attualmente la manifestazione vede la partecipazione di 11.000 / 12.000 visitatori nelle 5 giornate di attività.


           Immagine rievocativa del  Presepe Vivente  - Foto di Ciociaria Turismo

Le scene rappresentate sono diciotto
e rievocano antichi scenari e mestieri per un tuffo nella memoria storica collettiva.

Curato nei dettagli e nei particolari, ricco nella scenografia, negli allestimenti e nei costumi tipici ciociari dei primi anni dell’800, il presepe vivente ha saputo davvero ricreare, anche nelle sensazioni e nei sentimenti, il momento più profondo ed alto della storia dell'umanità. Manifestazione sentita e realizzata con il cuore, non solo perchè numerosi volontari sono impegnati per molti giorni, nell’allestimento dei vari ambienti e botteghe, ma anche e soprattutto perché sono giornate vissute da tutti con naturalezza e spontaneità.

Carnevale del Folklore.

Dedicata all’arte e all’artigianato locale, nata per volontà dell’Amministrazione Comunale e della Pro Loco per far conoscere e rinascere l’arte e l’artigianato attraverso l’esposizione nelle botteghe antiche dei manufatti e prodotti tipici della tradizione castrese, il tutto condito da eventi musicali e degustazione di prodotti tipici.

Nel centro di Madonna del Piano, fulcro economico e commerciale di Castro dei Volsci sono concentrate tutte le strutture ed i servizi che rendono il paese moderno, funzionale ed accogliente. Sono presenti scuole, banche, locali di ristoro, negozi di varia tipologia. Diversi sono anche i centri sportivi e le palestre. C’è un campo sportivo ed è in fase di ultimazione un grosso centro polisportivo con annesse piscine, sala convegni e saloni espositivi che rappresenterà un potenziale attrattivo anche per i paesi limitrofi.


                                        Il Municipio nel centro storico - Foto www.italiavirtualtour.it 

Il Museo

E' presente un istituto museale che raccoglie e custodisce quei reperti che  permettono la ricostruzione di tutte le vicende storiche svoltesi nella Valle del Sacco ed opera come centro di propulsione per tante attività culturali di diversa natura, non soltanto inerenti l’archeologia.

Il Museo si pone, pertanto, come centro di promozione della cultura con compiti non solo conservativi, propone spettacoli, visite guidate esterne, cicli di conferenze su aspetti diversi del mondo antico, eventi musicali, ecc… Tutte le attività sono ospitate o nella grande piazza antistante il museo o nell’area archeologica ad esso prossima o nella sala conferenze. Sempre il museo è promotore di una serrata attività didattica, portando nelle scuole stesse corsi teorico-pratici sulla manipolazione della ceramica, sul restauro della ceramica antica, sulle tecniche di realizzazione del mosaico o sulle tecniche di oreficeria antica. All’interno del museo inoltre vengono organizzate esposizioni e mostre di diverso genere da documentarie ad espositive.

Da tre anni, inoltre il comune di Castro dei Volsci è promotore di una stagione teatrale intitolata a Vittorio Gassman che vede la partecipazione di grossi nomi del teatro e della cultura nazionale.

Inoltre, è inserito nel circuito di 20 Comuni che ospitano, nel periodo estivo il Festival Nazionale “Vallecorsa di Scena – transiti Teatrali giunto alla VII edizione. Di nuova istituzione è la Biblioteca Comunale, che offre spazi idonei sia a bambini di età prescolare che ad adulti , non solo per il prestito librario e la ricerca, ma anche per attività culturali di vario genere (musica, arte, poesia).  

La Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale è rimasta nella memoria dei castresi, come già la prima, non tanto per gli episodi bellici o strategici, quanto piuttosto per l'alto prezzo di sangue che i cittadini, ignari e innocenti, dovettero pagare alla barbarie della guerra. Il nome di più di un caduto è possibile leggere sui monumenti alla memoria di quel sacrificio. Il paese di Castro dei Volsci si trovò, suo malgrado, nel vortice delle operazioni belliche, perchè prossimo al fronte di Cassino, che i tedeschi avevano eretto nella ciociaria meridionale, con il nome di Linea Gustav.

Le prime avvisaglie, i primi contatti con gli uomini della Wehrmacht, quasi sempre corretti con i civili, dopo le quattro giornate di Napoli peggiorarono progressivamente: qualche ufficiale cominciò a dimostrarsi ostile nei confronti della popolazione locale, e quando furono messe in atto le temute requisizioni di bestie e di foraggi, ci furono i primi incidenti tra i civili e le truppe di occupazione. In cambio delle cose requisite i militari lasciavano regolari ricevute con timbri del comando, firma, data e descrizione della merce: niente denaro naturalmente ma il laconico: Pagherà Badoglio! Progressivamente i contingenti tedeschi, con intere officine e depositi si acquartierarono in tutto il territorio di Castro, centro compreso, dividendo con i proprietari i locali e ricambiando l'ospitalità con viveri e sigarette.

Essi non pretesero mai l'allontanamento degli abitanti, stabilendo con loro una pacifica convivenza. Va ricordato il nome, del Comandante la XIV Armata von Senger Etterlin che desiderò sempre evitare conflitti coi civili e venne loro incontro, per quanto gli fu possibile. Anche per la presenza dei capitani, Pixa e Heise, Castro potè considerarsi fortunato.

Il 28 ottobre 1944, però, un gesto irresponsabile rischiò di compromettere in modo irreparabile i rapporti tra cittadinanza e gli occupanti: due cittadini castresi, recatisi sul Monte S. Angelo, dove si trovavano numerosi giovani castresi e alcuni sfollati da Ceprano, incontrati due soldati tedeschi in libera uscita, esplosero, nascosti nella fitta vegetazione, al loro indirizzo qualche colpo di fucile. Gli spari andarono a vuoto e i soldati poterono tornare incolumi al loro comando. L'indomani mattina, però, il comandante Joseph Pixa avrebbe dovuto compiere un'azione di rappresaglia, come era contemplato nei regolamenti di occupazione, ma prima volle conferire col podestà, chiedendogli la consegna dei responsabili dell'agguato entro 24 ore, in mancanza, con pubblico bando, avrebbe precisato la misura dei provvedimenti, che anticipò gravissimi.

Riuscì al podestà, Francesco Ambrosi, convincere il capitano, allo scadere dei termini, non trattarsi di suoi amministrati ma indicò gli autori del fallito attentato, in elementi dell'esercito italiano allo sbando, in cerca di valichi per raggiungere i loro paesi di origine al di là del fronte. Per il capitano, anziano padre di famiglia, quelle spiegazioni risultarono sufficienti per chiudere l'incidente; così Castro venne risparmiato dalla tanto temuta decimazione. La convivenza più o meno forzata durò fino al 27 Maggio '44, turbata da qualche incidente più grave a cui fecero seguito reazioni istantanee da parte dei militari o regolari processi che, purtroppo, costarono la vita a vari cittadini. 

Foto di Maurizio Ciliegi
   Monumento ai Caduti  -  Foto di Pietro Scerrato

Un elenco delle vittime è stato pubblicato e consacrato in due distinti monumenti: uno sulla rocca, e un altro posto nel cimitero comunale, che le accomuna con quelle, ancora più numerose, dovute alle armi e alla violenza dei marocchini al comando del Generale francese Juin.

Le truppe marocchine, i famigerati goumiers, arruolati nelle tribù del loro paese, erano aggregate al Corpo di Spedizione francese, e venivano impiegate in avanguardia per operazioni rischiose di rastrellamento. Queste truppe si macchiarono di orrendi crimini ai danni della popolazione inerme.

Le violenze alle giovani donne castresi si susseguirono ai saccheggi e agli omicidi gratuiti di malcapitati innocenti.  
 

Ispirato al libro di Alberto Moravia "La Ciociara" Vittorio De Sica, regista e attore, ha girato un film che racconta la tragedia della II guerra mondiale e delle brutali violenze commesse ai danni delle donne, mamme e giovani fanciulle nel territorio ciociaro. Protagonista Sophia Loren, premiata con l'Oscar come migliore attrice protagonista.

Il monumento rappresenta i tragici eventi raccontati nella celebre pellicola La Ciociara film di Vittorio de Sica che valse l’Oscar a Sophia Loren come migliore attrice protagonista, gli eventi ripercorsi nel film sono tratti dall’omonimo libro di Alberto Moravia che racconta  la tragedia della guerra e delle brutali violenze commesse ai danni delle donne, mamme e delle proprie e  giovani figliuole del territorio ciociaro.**
(Testo: da * a ** Proloco Castro dei Volsci)
 

MAROCCHINATE - I bambini violentati, le sorelle crocefisse. 

Battute le Forze italo-tedesche  i Goumier ottennero in premio quello che nell’antico diritto internazionale di guerra era il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio.

Le chiamavano, senza nessun riguardo, “Marocchinate”: erano le donne vittime di violenze, stupri e omicidi nelle province di Frosinone e di Latina compiuti dalle truppe marocchine dell’esercito francese (cioè degli Alleati) dopo aver battuto i nazifascisti nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale. 

“La Ciociara”, film e romanzo, è l’unico modo in cui finora l’orrenda storia delle “marocchinate” è arrivata al grande pubblico. Ma quei giorni di devastazione della primavera del 1944 sono per le popolazioni del Frusinate e del Pontino un incubo indelebile. 

Protagonisti delle violenze furono 7 mila soldati marocchini, una divisione speciale del Cef (Corps expéditionnaire français en Italie). I Goums Maroucains, detti “Goumiers”, erano guerrieri berberi delle montagne dell’Atlante, capaci di muoversi con agilità nelle battaglie montane. Organizzati in goums, dall’arabo “qum” (banda, squadrone), reparti di circa 200-300 uomini spesso legati fra loro da vincoli di parentela. 

In ogni reparto dei Goumiers un combattente su cinque era francese. Il loro comandante era il generale francese Augustin Guillaume, mentre a guidare l’intero Cef c’era il generale algerino Alphonse Juin. 

Avevano sandali invece degli stivali, mantelli di lana con cappuccio (“bourms”) e turbante al posto della divisa; oltre a mitra e pistole, portavano tutti la “koumia”, il pugnale ricurvo col quale combattevano, decapitavano e mutilavano i nemici, collezionandone le orecchie. 

Furono decisivi per la presa di Roma da parte degli alleati. Bloccati a Cassino, gli angloamericani decisero di appoggiare la proposta del generale Juin: aggirare la linea di difesa tedesca (la “Gustav”) passando per i monti Aurunci, sfruttando la destrezza e la ferocia in combattimento dei Goumiers. Ferocia nota ai tedeschi, i quali preferivano buttarsi dalle alture piuttosto che finire mutilati e massacrati dalle truppe marocchine. 

Battute le Forze italo-tedesche i Goumiers ottennero in premio quello che nell’antico diritto internazionale di guerra era il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio alle truppe che avevano vinto la battaglia. L’orrore come ricompensa. Riporta Andrea Cionci su La Stampa: 

    Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. 

    Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. 

    A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi. 

    Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un s*****o rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. 

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila. Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un’interrogazione parlamentare sulle “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime di violenze. 

E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio d’infamia della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree rese letali dalla povertà e dalle scarse condizioni d’igiene. L’onorevole Rossi cercò di portare in Parlamento anche il loro dramma: 

    “La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza.

     Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso. Comunque, sia stato o meno tollerato, se non concesso, il fatto è che il saccheggio fu compiuto e le violenze ebbero luogo. 

    Il primo paese del cassinate che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944 e la cui popolazione, di circa 600 abitanti, non fosse sfollata fu, se non erro, Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze innominabili furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu legato ad un albero e costretto ad assistere allo spettacolo. Poi anche di lui fu compiuto tale scempio che ne morì. 

    Del resto, a Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Come e perché morirono quei 42 cittadini? Ecco alcune informazioni. Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata; siamo in contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944. Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sodomizzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate; ciò accade in contrada Farneta. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate. Pare che la madre non abbia ancora ricevuto la pensione; ha altri otto figli e il marito è disoccupato. 

    Ed ecco alcuni esempi di ciò che accadde a Pastena. La signora Anelli Elvira fu Giuseppe ha il braccio troncato da una scarica di mitra: essa morirà tubercolotica quattro anni dopo, ma certo le conseguenze della violenza subita nell’aprile del 1944 ne hanno affrettato la fine. 

    Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita. 

    Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato. Sacchetti Antonio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele di Agostino sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso: quali rappresaglie vengano inflitte è facile immaginare. 

    Fatti analoghi a quelli che ho citato accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Ceccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine. Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. 

    Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime, come quelle di Agata Baris, nata nel 1882, e come molte altre, con cui ho avuto io stessa occasione di parlare, che oggi hanno 70-75 ed anche 80 anni. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, o almeno così esse ritenevano. Infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, anzi, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi su, tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate, come per esempio quella Emanuela Valente della borgata Santangelo, che oggi conta 70 anni, che ebbe i polsi fratturati. 

Già nello sbarco in Sicilia le truppe marocchine al seguito degli Alleati si erano rese protagoniste di violenze sulle donne. Ma a Capizzi (Messina) la popolazione locale si vendicò ammazzando a roncolate, evirando e dando i pasto ai maiali i colpevoli, col benestare degli anglo-americani. 

Il Vaticano chiese e ottenne che i Goumiers non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, nella cui provincia i reparti maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord. 

    Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: “Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

     […] Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate. 

Testo di Edoardo Greco  

Il monumento alla Mamma Ciociara, eretto sulla rocca di Castro, nel dopoguerra, ricorda la ferocia di quegli eccidi e serve da monito per le generazioni future.  


Il Monumento alla MAMMA CIOCIARA

Foto di Emilia Trovini
Il monumento alla Mamma Ciociara, inaugurato il 3 giugno 1964, eretto a perenne testimonianza dell'eroico e mirabile sacrificio che, durante la seconda guerra mondiale, le madri di Castro e dei comuni limitrofi misero in atto, dinanzi al turpe scempio che le famigerate truppe del generale Juin riservarono alle loro figliole - Foto di Emilia Trovini 
  

*La posizione e la collocazione del paese è ideale come scenario per ammirare le bellezze paesaggistiche e ambientali della Ciociaria, infatti sulle sommità del centro storico troviamo una bellissima terrazza panoramica sopranominata Balcone della Ciociaria dalla quale è possibile ammirare tutto il territorio sottostante e i borghi più vicini che si estendono lungo la valle del Sacco, da  Anagni sino ai confini con l’Abruzzo e la Campania.

Su questa grande terrazza panoramica si erge il monumento più importante per il paese e per il popolo di Castro La Mamma Ciociara;  la scultura è dedicata alla memoria delle donne ciociare vittime della violenza brutale delle truppe francesi nel corso del secondo conflitto mondiale.  

Foto di Martina Paolucci
Il monumento alla Mamma Ciociara, posizionato su una bellissima piazza panoramica - Foto di Martina Paolucci

L'Amministrazione provinciale di Frosinone
, il Comune di Castro dei Volsci e il Comitato, appositamente costituito, si onorano di aver ricordato, primi in Italia, col sacrificio delle madri ciociare, che dovettero difendere l'onore e la vita delle figlie dalla brutalità delle truppe di colore, quello di tutte le madri che in ogni luogo han visto cadere in guerra i propri figli. Alto, solitario sull'antico baluardo colonnese, il gruppo marmoreo guarda ora la catena dei Monti Ausoni, tra le valli dell'Amaseno e del Liri, luogo della tragedia. Il fermo atteggiarsi della Mamma ciociara, nel tragico istante protesa a difendere la sua creatura, sintetizza le virtù eroiche delle donne ciociare, taciturne e laboriose, umili e schive, ma di una fierezza pacata, espressione sensibile di composti sentimenti interiori.
Lo scultore Felice Andreani di Carrara ha scolpito il monumento e il Senatore ciociaro Giacinto Minnocci ha dettato l'epitaffio:

"Nel ventennale della resistenza, il comune e la provincia, per incitamento alla fratellanza dei popoli, con gli onori della guerra sterminatrice, qui ricordano i tanti figli e figlie di questa terra che, ossequenti alle patrie tradizioni, affrontarono con eroismo la morte in difesa del loro onore e della loro libertà"

Testo:
Comune di Castro dei Volsci 

La leggenda di Camilla, Regina dei Volsci e del padre Metabo 

Nel centro storico di Castro dei Volsci c'è un'antica Rocca dove la tradizione popolare addita la grotta in cui si rifugiarono la leggendaria regina Camilla e suo padre Metabo


                          Foto   http://www.artegraf.org/metabo_camilla/pdf/metabo_e_camilla_libro.pdf

Camilla è un personaggio dell'Eneide di Virgilio, figlia di Casmilla e di Metabo, tiranno di Privernum, una delle città dei Volsci.  

Quando il padre viene cacciato dalla sua città a causa del duro governo, porta con sé Camilla ancora in fasce (della madre di Camilla non si sa più nulla, forse è morta nel dare la figlia alla luce). Durante la fuga, inseguito da bande di concittadini, giunge sulla riva del fiume Amaseno che per le piogge abbondanti si era gonfiato al punto da non poter essere guadato. Metabo avvolge la piccola con la corteccia di un albero, la lega alla sua lancia e la getta sull'altra riva del fiume. Raggiunto dai suoi avversari, si tuffa in acqua e attraversa il fiume a nuoto. La leggenda narra che Camilla sia arrivata sull'altra sponda del fiume sana e salva perché il padre la consacrò alla dea Diana (da questa consacrazione le sarebbe derivato il nome Camilla).

La bambina cresce con il padre nei boschi, tra animali selvaggi e pastori, nutrita di latte di cavalle selvagge. Appena comincia a muovere i primi passi, Metabo le dona arco e frecce e le insegna ad usarli. Camilla non indossa vestiti, ma solo pelle di tigre. La ragazza impara ad usare anche il giavellotto e la fionda, ha un fisico perfetto: così veloce da superare il vento nella sua mascolinità, ma al tempo stesso donna di grande bellezza.

Camilla sembra provare amore solo per le armi dopo aver giurato verginità eterna come la dea alla quale il padre l'aveva affidata quando era ancora bambina.

Quando Enea giunge nel Lazio per scontrarsi con i Rutuli, Camilla soccorre Turno alla testa della cavalleria dei Volsci e di uno stuolo di fanti. La sua figura incute spavento e la sua baldanza è senza pari. Turno, però, pur ammirando il nobile gesto ed il coraggio di Camilla, decide che la sua alleata affronti solo la pericolosa cavalleria tirrenica, riservando per sé il compito di contrastare e battere Enea.

Gli atti di valore di Camilla non si contano: fa strage di nemici, si lancia in ogni mischia, insegue e colpisce a morte ogni avversario che vede, affronta ogni pericolo. Solo non si accorge del giovane etrusco Arunte che la segue nella battaglia per cercare di sorprenderla. Camilla crea lo scompiglio nei pur forti Etruschi e mette in fuga le schiere nemiche al punto che deve intervenire il re Tarconte per fermare i suoi ormai in rotta. Arunte coglie l'occasione: l'eroina, avida di ricca preda, scorge il frigio Cloreo, che in patria era sacerdote di Cibele; questi sfoggia una panoplia abbagliante di oro e porpora, coperto da una clamide color del croco mentre scaglia frecce dalle retrovie col suo arco cretese. Camilla si mette al suo inseguimento e dimentica tutto il resto. Allora il giovane etrusco, non visto dall'eroina, le scaglia contro un giavellotto che Apollo guida e che la ferisce a morte. Sarà per questo ucciso da una freccia di Opi, ninfa del seguito di Diana, per volere della dea stessa.

La morte della vergine Camilla è il preludio della sconfitta dei Rutuli e degli italici tutti.

Camilla è un personaggio puramente mitologico e le sue vicende vengono narrate nel libro XI dell'Eneide.

Dante nel canto I, v.107 dell'Inferno, la fa menzionare da Virgilio, insieme ad altri personaggi del poema, nello specifico Eurialo, Turno e Niso, nel suo secondo monologo, dove spiega a Dante il percorso che dovrà seguire. Camilla appare inoltre in persona accanto alla regina delle Amazzoni Pentesilea nel canto IV, v. 124, nel nobile castello degli Spiriti Magni.

Testo: Wikipedia  

Nino Manfredi, figlio illustre di Castro dei Volsci



Nino Manfredi
, all’anagrafe Saturnino Manfredi (Castro dei Volsci, 22 marzo 1921 – Roma, 4 giugno 2004), è stato un attore, regista e cantante italiano.
È stato uno dei grandi volti del cinema, del teatro e della tv italiana, interpretando per il grande e piccolo schermo ruoli comici e drammatici.

Dall'”Audace colpo dei soliti ignoti” (1959) a “C’eravamo tanto amati” (1974). Dalla commedia musicale con “Rugantino” (1962) di Garinei e Giovannini alle “Avventure di Pinocchio” (1972) lo sceneggiato televisivo di Comencini nel quale interpreta un formidabile e ineguagliato Geppetto.
 

Foto di Emilia Trovini, Comune di Castro dei Volsci, Proloco di Castro dei Volsci, Italia virtual tour, Parco degli Aurunci, Maurizio Ciliegi, Graziano Rinna, Pietro Scerrato, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.

La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di esclusiva proprietà dell'autore.

 


 





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