I COMUNI
  
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Castrocielo e la Colonia Romana di Aquinum

Foto di Gulliver
                     Il borgo di Castrocielo affacciato sulla Valle del Liri - Foto di Gulliver 

Il paese di Castrocielo si trova sui 250 m s.l.m., delle ultime propaggini del Massiccio del Monte Cairo, che si affacciano sulla piana della valle del Liri.

Il territorio comunale, per la maggior parte compreso nella valle, si presenta pianeggiante e fortemente antropizzato, per la secolare attività agricola dell'uomo. Diventa collinare in prossima del Massiccio, raggiungendo i 732 metri con la vetta del Monte Castrocielo.

Nel territorio comunale scorre il ruscello Le forma d'Acquino, che si origina sui versanti del Monte Cairo, e confluisce nel Liri, in un tratto tra Pontecorvo e San Giorgio a Liri.   Gli storici fanno risalire l’origine di Castrocielo a quelle famiglie Aquinati che, dopo la distruzione della loro città ad opera dei Longobardi, si ridussero ad abitare sulla sommità del Monte Asprano, a 773 m. s.l.m.

Il luogo si chiamò, sia per l’altezza del sito che per la presenza di fortificazioni, Castrum Coeli. Quando nel ‘994, l’Abate di Montecassino, Mansone, che da poco aveva avuto il possesso dell’intero territorio, salì sulla montagna per erigervi fortificazioni, vi trovò nonnulla veterum…aedificia, e diede inizio alla costruzione di un castrum, in un primo tempo interrotta per mancanza di acqua. Normalmente, si fa risalire a lui la fondazione di Castrocielo. 


                            La sede del Comune, in alto la chiesa di Santa Lucia - Foto di Gerardo Forti

Nonostante le difficoltà incontrate per raggiungere il posto, il pagus si espandeva sempre più, fino a raggiungere il massimo intorno al 1020/1030. Poi la popolazione cominciò a scendere a valle, in cerca di un sito migliore. Coloro che scesero a Nord-Est fondarono Colle S. Magno, con la frazione di Cantalupo, quelli che scesero a Sud fondarono, sulla destra del Fossato, l’agglomerato che sarebbe stato il nuovo paese, cui fu dato il nome di PALAZZOLO, con la frazione del Campo o Villa Eucheria, sulla sinistra del Fossato.

Nel 1603 erano rimaste sulla montagna solo 12 famiglie, finchè non scesero anche esse a valle. Il nuovo paese si chiamò all’inizio Palazzolo, poi si disse Castro Cielo Palazzolo: per questo, nello stemma del Comune, “d’argento, al Castello di rosso, murato e chiuso di nero, torricellato da tre pezzi, il centrale più elevato, merlati alla guelfa”, sono sovraimpresse le lettere C C P, appunto Castro Cielo Palazzolo.

Ci volle il Decreto di Umberto I°, controfirmato da De Pretis, emesso a S. Anna di Valdieri il 16 agosto 1882 per ridare al paese il nome attuale di Castrocielo.


                           La cinta muraria e la Chiesa parrocchiale di Santa Lucia  - Foto di Tonino Bernardelli

Durante la seconda guerra mondiale (luglio 1943 – maggio 1994) il paese, non lontano dalla linea Gustav, ha sofferto soprusi e devastazioni di ogni genere, per oltre nove lunghissimi mesi, la popolazione, soprattutto vecchi, donne, bambini (gli uomini in età di armi erano al fronte), ha subito rappresaglie e maltrattamenti di ogni genere dai tedeschi che l’avevano occupato, distruzione e morte dai bombardamenti degli alleati.

Per questo, il Presidente Della Repubblica Carlo Azeglio CIAMPI, con Decreto in data 10 marzo 2004, ha concesso l’alta onorificenza della “Medaglia d’argento al merito civile” che fu personalmente apposta sul Gonfalone, alla presenza del Sindaco Laura MATERIALE, il 15 marzo 2004, in Cassino, in occasione della ricorrenza del 60° anniversario della distruzione di Montecassino ad opera degli alleati.

La Chiesa parrocchiale di Santa Lucia  


       La Chiesa parrocchiale di Santa Lucia domina il borgo. In basso la sede del Comune - Foto Comune di Castrocielo
 

La chiesa di S. Lucia si erge con grande imponenza proprio dal centro del borgo cittadino; la sua consacrazione viene fatta risalire al 1746. Costruita in stile classico-rinascimentale, la Chiesa presenta tre navate senza cupola, con tre distinte porte d’ingresso: una volta dentro, è possibile ammirare due bellissimi dipinti di Alfonso Simonetti, pittore ottocentesco di origine napoletana ma di adozione castrocielese. Le due opere rappresentano Santa Lucia Vergine e Martire rispettivamente prima e dopo il supplizio.

La chiesa Madonna del Pianto    

Foto di Tilly Sfortunato
          La Chiesa Madonna del Pianto, detta anche la Chiesa dei Sette Dolori, è stata costruita nel 1200 - Foto di Tilly Sfortunato  

La chiesa della Madonna del Pianto (conosciuta anche con il nome di chiesa della Madonna dei Sette Dolori), a sud-est dell’abitato di Castrocielo, sorge nei pressi di un piccolo lago palustre formato dalla sorgente Capo d’Acqua. In origine l’edificio doveva essere isolato, ma oggi è addossato ad un’ampia costruzione quadrangolare.

L’impianto romanico, costituito da un’aula unica, venne trasformato all’interno da interventi settecenteschi che determinarono la chiusura delle monofore e la realizzazione, su ciascun lato, di tre altari barocchi. La facciata è preceduta da un pronao aperto su ciascun lato per mezzo di arcate a tutto sesto impostate su semplici mensole. Il portale di ingresso è sormontato da una lunetta, un tempo dipinta, e affiancato da due piccole finestre quadrate munite di grata e profilate da una cornice di pietra.   

Foto di Nicola Severino
                              L'affresco della Crocifissione sull'altare della Chiesa della Madonna del Pianto -  Foto di Nicola Severino

L'affresco della Crocifissione e la Chiesa di Capodacqua    

Si chiama comunemente l’affresco della Crocifissione quella pittura trecentesca a stile gotico, appartenente alla chiesa di Capodacqua, il cui originale, attualmente, è stato sistemato nella chiesa di san Rocco, appositamente attrezzata. Nella chiesa di Capodacqua c’è una copia.

Ma, osservatelo bene quello stupendo quadro, nel suo assieme composito; scomponetelo nelle sue figure e ricomponetelo nella sintesi sublime, eloquente. La crocifissione, nel momento della sua cruenta drammaticità, è già avvenuta. L’affresco coglie il mistero, il significato metafisico ed escatologico, della Crocifissione, la causa e l’effetto: la Redenzione.

Nel Cristo, l’artista ha evidenziato la plasticità morbida di un corpo non scomposto dal martirio, più simbolo che rappresentazione. Il capo reclinato, ma non pesante ed abbandonato. Gli occhi socchiusi, ma non spenti di morte. Il corpo, quasi eretto, come se non dovesse sopportare il peso di sè esanime. Non cinge la fronte una corona di rovo ma un verde serto di foglioline, come se le stille di sangue, scomparendo, avessero alimentato le spine facendole germogliare, per riportarci “col pensiero al serto di alloro che si poneva sul capo degli eroi, dei vincitori”.

Così, molto opportunamente, interpreta il Prof. Biagio Cascone. Il trionfo della gloria è inesploso. Incuba, nella interiorità dei personaggi. E’ un momento metafisico il passaggio dalla Crocifissione alla Redenzione, dalla Morte alla Vita, dal Sacrificio alla Vittoria. Questo momento ha voluto e saputo fissare sui colori a muro, con arte egregia e delicata, l’anonimo pittore.

Composto il dolore della Madonna, rassegnata al “Fiat voluntas”. Compresente in ogni situazione, sempre, il compianto della Maddalena e di San Giovanni Evangelista. Autorevole la testimonianza del Re David, l’autore dei Salmi, il profeta della Redenzione nel suo “libretto rosso’, che stringe con la mano sinistra, avendo nella destra lo scettro regale. “David, - commenta Biagio Cascone - pur esteticamente e pittoricamente nella composizione, ne è fuori con lo sguardo; i suoi occhi sono fissi, rivolti verso di noi che osserviamo il sacro dramma. Lo sguardo, di una fissità quasi ipnotica, si distacca di secoli da quel dramma e ci rammenta che tutto quello che egli aveva predetto si è avverato”.

Foto di Nicola Severino
Al centro dell'affresco il Crocifisso, ai lati Maria la Madre del Cristo, Maria Maddalena, San Giovanni l’Evangelista, il Re David - Foto di Nicola Severino

L’affresco del Cristo Redentore è databile alla seconda metà del 1300. In piena età della cultura gotica, dunque, dal cui realismo l’autore si distoglie, per una sua edizione più allegorica e simbolica. E’ stato danneggiato da vari agenti, nel tempo, ma soprattutto dall’incuria degli uomini, che non hanno provveduto nemmeno a ricostruire un tetto dopo le devastazioni, dopo i terremoti, dopo le guerre. Le intemperie specialmente hanno sfigurato i colori e i disegni; più di tutto quelli della Maddalena e di Re David, posti ai lati della composizione e perciò meno riparati dal sovrastante cornicione. Vari visitatori hanno voluto lasciare i loro nomi e i loro messaggi “graffiando” l’affresco, sicuramente ignari del valore artistico dell’opera e seguendo quella insensata universale mania di scrivere ovunque. La prima data ditali scritture risale al 1414 o 1474.

La composizione è di elevato valore artistico, in cui l’anonimo autore ha raggiunto livelli di alto lirismo, dal contenuto profondamente religioso. Il quadro d’assieme, le tonalità dei colori sapientemente equilibrati in una sinfonia pacata distesa, qualche preziosità cromatica, ci fanno conoscere, ancora dopo secoli, un artista di alta sensibilità poetica e di perfetta padronanza del mezzo espressivo - comunicativo.

Il Prof. Biagio Cascone, maestro restauratore dei Musei Vaticani, ha curato il restauro dell’opera, nel 1973: un’opera nell’opera, avendo saputo l’insigne professionista adottare le più opportune tecniche non solo, ma soprattutto avendo saputo conservare nei colori l’originaria espressività dell’autore. Ha voluto conservare anche i graffiti, il Prof. Cascone, a testimonianza delle datazioni e della particolare devozione dedicata all’Affresco e alla Chiesa di Capodacqua.

La Chiesa di Capodacqua è denominata anche della Madonna dei Sette Dolori. L’Addolorata dell’affresco è la Madonna contemplatrice dei dolori del Cristo, provocati dalle ferite alla testa, alle mani, ai piedi, al costato e dalla spugna di veleno alla bocca: sette, in tutto.

E’ del 1200, dell’età romanica, il piccolo tempio, situato lungo la via Pedemontana, che da Castro Cielo portava, e tutt’oggi porta, a Piedimonte; nei pressi della sorgente del rio Lesogne, oggi Capodacqua. La Chiesa appartenne, sin dall’origine, all’Abbazia di Montecassino e si chiamava di San Nicola. Solo agli inizi del 1800 passò al Comune di Castro Cielo Palazzolo e si chiamò della Madonna dei Sette Dolori. La Chiesa ha subito rimaneggiamenti nel 1700 con la chiusura delle originarie monofore e con l’edificazione dell’altare maggiore e di due altri altari laterali, il tutto in contrastante stile del barocco napoletano. Elegante, con i suoi luminosi archi a sesto abbassato, il prospiciente pronao.

Durante l’ultimo conflitto mondiale il sacro edificio rimase danneggiato e senza tetto per decenni. Negli anni ’80 l’amministrazione comunale ha provveduto alla ristrutturazione e nell’ottobre del 1989 veniva riconsacrata e riaperta al culto con l’intervento del Vescovo Mons. Lorenzo Chiarinelli.  

Testo: www.laciociaria.it

Il giorno del Bacio 

Foto di Fabrizio Monti
                 Il Bacio delle due Madonne della comunità di Castrocielo e Colle San Magno - Foto di Fabrizio Monti

Il lunedì di Pasqua vede, ancora oggi, il ripetersi di un' antica tradizione, anche se lo spirito non è più quello di un tempo. Giova ricordare che, dall'epoca in cui il Comune di Castrocielo si trasferì dall' alto del Monte Asprano, verso la attuale ubicazione del centro storico, si trasportarono nel nuovo nucleo urbano le reliquie già conservate nella Chiesa Madre di S.Maria Assunta in Cielo. Ciò avvenne nell'anno 1601, come ricorda una lapide posta al sommo del reliquiario esistente nella sacrestia della Chiesa Parrocchiale.

Da allora, ogni lunedì di Pasqua, si torna processionalmente alla antica chiesa matrice nella quale si riportavano le antiche reliquie, prima che venissero asportate da mani profane nel corso delle invasioni verificatesi durante l'ultimo conflitto bellico ( 1940-45).

La cerimonia inizia di buon mattino e ciò non soltanto in previsione del lungo percorso montano che, per le sue frequenti asperità, impone lentezza ai pellegrini ed, ancor più, ai portatori della statua della Madonna, ma anche e soprattutto a causa di un primato che Castrocielo deve conservare.

Occorre dire a questo punto che il paese di Colle S. Magno, anch'esso derivato dal "Castrum Coeli", conserva una analoga tradizione processionale.

Da tempo immemorabile, Castrocielo ha però il diritto di precedenza nella celebrazione delle sacre funzioni nella Chiesa Madre che è sul monte; diritto che non vuole perdere, cosa che avverrebbe se la processione di Colle S. Magno arrivasse per prima.

A tale scopo, negli anni andati, i Collacciani (così son detti gli abitanti di Colle S.Magno) tentarono delle sorprese avviando la loro processione anzitempo ma i Castrocielesi, che hanno da sempre vedette in avanscoperta, non si lasciarono cogliere alla sprovvista e con mezzi alquanto energici, impedirono l'accesso in chiesa alla processione rivale.

Da tempo però, tutto si svolge in armonia; tuttavia, allorché la processione di Castrocielo muove dalla Chiesa parrocchiale, molti paesani già sono avanti nel cammino, vigili sentinelle del loro primato.

Foto di Fabrizio Monti
                              Inchinata o Bacio delle due Madonne sul Monte Asprano - Foto di Fabrizio Monti 

Il corteo rinnova usanze antiche; la statua della Vergine, portata a spalla per la via montana, viene deposta due volte durante il percorso su apposite basi quadrangolari dette in dialetto: "posature", cioè "poggiatoi", fatti di pietre accostate a secco che ricordano le antiche are, da immemorabile epoca costruiti a sollievo dei portatori.

Giunta la processione a due terzi del percorso, essendo la statua deposta sul secondo "posature" ubicato al centro di una spianata marginale alla mulattiera, dalla quale la vista spazia ampiamente nella sottostante valle Iato ovest, ove il Castello di Roccasecca appare a quota inferiore e sembra piccino e par di toccarlo, il portatore dello stendardo (asta di circa cinque metri di altezza, recante un drappo di pesante tessuto serico ), compie il rito del saluto al Santuario della Madonna di Monte Leucio, colle avamposto della catena degli Aurunci che delimita a sud la Valle del Liri.

Mentre la folla dei pellegrini è disposta tutta intorno alla spianata anzidetta e da parte degli accompagnatori del porta stendardo si raccomanda una rispettosa distanza con le frasi ripetute ad alta voce: "Fecete attenzione a gliu cape!", "State attente a gliu cape!" (la necessità della raccomandazione è spiegata dalla descrizione che segue), l'enorme e pesante asta viene lentamente abbassata dal portatore che, contemporaneamente, girando su se stesso, la sottopone ad un moto rotatorio lungo una traiettoria di un angolo giro più volte ripetuto del quale un'orbita, viene compiuta quando l'asta è in posizione pressoché orizzontale, trascinando in tale moto il drappo, gonfio come una vela al vento essendo fissato all asta anche nella sua estremità inferiore.

Poi lo stendardo, continuando a ruotare, rialza lentamente la sua cima, fino a riassumere la posizione verticale.

La processione riprende poi il suo percorso, al suono della banda, tra rinnovati canti di un popolo che fedelmente segue il sacerdote e la statua della Vergine che procede verso l'alto, oscillando per le asperità della rupestre via che molti giovani e ragazzi abbreviano con percorsi trasversali ai tornanti per nulla preoccupati delle maggiori accidentalità del terreno.

All'arrivo della processione, la vetta del monte è già popolata da una folla, per la maggior parte uomini, che hanno preceduto il corteo, sia per sottrarsi al lento cammino, mal gradito da gambe giovanili, sia per quella guardia al diritto di priorità di cui ho prima parlato; e ciò anche, se da tempo, come già ho detto, sembrano deposte velleità di conquiste da parte dei Collacciani.

All'arrivo la processione, pur incontrando quasi di fronte la chiesa, entra dopo averne compiuto il periplo secondo un' antica usanza forse di origine pagana.

Dopo le sacre funzioni, la folla passa dal rito sacro a quello profano della "colazione". Ciambelloni, detti dialettalmente "pigne", ciambelle, uova sode, salami, vino, vengono consumati in allegria. Un tempo, castagne secche riunite con uno spago nel quale erano state infilzate a mo' di rosario, costituivano una caratteristica oggi in declino per i mutati gusti, divenuti più raffinati e per l'elevato costo delle castagne..!

Mentre la consumazione del pasto è sul finire, muove verso l'alto la processione di Colle S. Magno lungo un percorso che si snoda sul versante opposto a quello salente da Castrocielo.

Uno studiato sincronismo, di antica tradizione, vuole che i Castrocielesi lascino la vetta con la propria processione in maniera tale che le statue della Madonna dei due paesi, si incontrino al confluire delle due vie mulattiere e, nell'incontrarsi sostano, mentre i portatori le inclinano l'una verso l'altra; quasi si scambiassero un bacio!

Questo avviene tra il tuonare di mortaretti e dopo che lo stendardo di Castrocielo ha roteato ancora per salutare, questa volta, la statua di Colle s. Magno.

Compiuta tale cerimonia, mentre un corteo si snoda verso il basso, l' altro continua nella ormai breve ascesa, verso la chiesa.

Così da secoli, i cittadini di Castrocielo e Colle S. Magno, ricordano la comune origine dei loro paesi. 

Testo tratto dal libro "Castrocielo Sparito" scritto da Bernardo BERTANI e pubblicato da Pietro MONTELLANICO nell'anno 2000.

Proloco Castrocielo


Il Laghetto di Capodaqua

Foto di Tilly Sfortunato

Foto di Tilly Sfortunato
Foto di Tilly Sfortunato
                        Alcune immagini del laghetto di Capodaqua - Foto di Tilly Sfortunato

Area Archeologica, la Colonia Romana di AQUINUM 

Chi viene da Roma percorrendo la A1, al casello autostradale detto di Pontecorvo- Castrocielo , ma interamente in territorio di Castrocielo -100 Km a Sud di Roma, - abbandonata l’importante arteria, si trova immediatamente a contatto di un’invidiabile realtà storica, archeologica e culturale: è l’area archeologica di Aquinum, nella quale si entra percorrendo la strada a destra, appena superato il ponte sull’autostrada.

Foto di Ferdinando Potenti
                              Accesso all'area archeologica di Aquinum - Foto di Ferdinando Potenti

Il perimetro della colonia romana è quasi tutto in territorio di Catrocielo. Questo paese non grande della provincia di Frosinone, che conta poco meno di quattro mila abitanti ed ha un’estensione di Kmq 27,89, ha ereditato una grande responsabilità di fronte alla storia. 

Foto di Emilia Trovini Foto di Emilia Trovini
Ultimi ritrovamenti nel sito archeologico di Aquinum, una testa di marmo di Giulio Cesare e una testa di donna - Foto di Emilia Trovini

È attraversato dalla Via Latina, della quale si possono ammirare fra le due porte (la orientale, detta anche Capuana, conservata intatta, e la occidentale, crollata in loco) resti imponenti con antico basolato; ma altri monumenti emergenti, tutti fotografati dalla R.A.F. il 22 febbraio 1944 ad una quota di m. 5.700, fanno dell’area archeologica di Aquinum un unicum degno della massima attenzione: basti pensare ai resti importanti del Capitolium, un grande edificio, forse destinato al culto di Cerere Elvina; ad una postazione militare conservata all’ingresso della porta occidentale, all’anfiteatro che ha subito danni irrimediabili dalla costruzione dell’ A1, al cosiddetto edificio absidato, recentemente restaurato, ai resti delle mura della colonia romana, un tratto delle quali è molto ben conservato, e poi, a pochissimi metri, ancora resti della Via Latina, con la porta Capuana, e non lontano, l’Arco di Marc’Antonio.

Foto di Ferdinando Potenti
                                Mosaico recuperato nella colonia romana  -  Foto di Ferdinando Potenti               

Le fonti che ci parlano della colonia romana sono tante. Cicerone attraversava Aquinum per recarsi nella sua villa di Formia e vi passò l’ultima volta nel 43 a.C., quando invano tentò di sfuggire ai sicari di Antonio che raggiuntolo nei pressi del suo podere, in quel di Gaeta, il 7 dicembre, lo uccisero; per la via Latina, in Aquinum, passò Antonio, dopo aver gozzovigliato a Casinum nella villa di Marco Terenzio Marrone;

Foto di Ferdinando Potenti
                                 Particolare del mosaico della latrina degli uomini - Foto di Ferdinando Potenti

di Aquinum parla il poeta latino Giovenale, al quale piaceva ritirarsi nelle fresche campagne della colonia per sfuggire al calore delle estati romane; Livio, lo storico di Roma, ci descrive il passaggio di Annibale per la via Latina in territorio Aquinate nel 211 a. C.;

Foto di Ferdinando Potenti
                                
Mosaico in fase di recupero - Foto di Ferdinando Potenti

Orazio, in una satira, testimonia l’esistenza in Aquinum di un’industria atta ad imitare con qualche succo vegetale, il colore della vera porpora, quella di Sidone;

Foto di Ferdinando Potenti
                           Mosaico di rinoceronte denominato Ottavio - Foto di Ferdinando Potenti

Strabone, il geografo greco vissuto tra la seconda metà del 1° secolo a.C. e l’inizio dell’era volgare, nel V libro della sua opera, dopo aver descritto la posizione di Roma, il carattere dei Romani, i loro costumi e la loro religione, tratta delle altre città del Lazio, osservando che la maggior parte di esse è sita lungo le vie più famose che attraversano il Lazio, fra le quali va annoverata la Via Latina che tocca città importanti come Aquinum, diversa dalle altre, sia perché divisa in due dalla Via Latina, sia perché bagnata dalle gelide acque del fiume Melfa;

Foto di Ferdinando Potenti
                   Un altro mosaico recuparato nell'area archeologica - Foto di Ferdinando Potenti

secondo una testimonianza dello storico Tacito, nella colonia Aquinate si confinavano gli avversari politici da parte di chi teneva il potere.

Foto di Emilia Trovini
               
I resti di un edificio absidato, probabilmente una basilica - Foto di Emilia Trovini

Lì fu relegato Dolabella, sotto una sorveglianza né stretta né dissimulata, e senza colpe precise, se non per la lontana eventualità che in forza della sua nobiltà potesse aspirare al potere.

Foto di Emilia Trovini
                         Antico basolato all'interno del sito archeologico - Foto di Emilia Trovini

Simili testimonianze, tutte documentate dalle fonti, sono sufficienti a dire dell’importanza del luogo, favorito oggi da una serie di fattori vantaggiosi.

Foto di Ferdinando Potenti
                                     
 Scavi in corso - Foto di Ferdinando Potenti


ULTIMI RITROVAMENTI NEL SITO ARCHEOLOGICO DI AQUINUM  Video

Lasciato il perimetro della colonia romana, con i suoi eccezionali resti emergenti, superato il passaggio a livello della linea ferroviaria Roma-Cassino, si esce sulla S.S. n. 6 – Casilina - , l’importante arteria che da Roma passa per Cassino sino a Napoli. In cinque minuti si può raggiungere Roccasecca, patria di San Tommaso, in 10 minuti si arriva a Cassino, in 20 a Montecassino.

Foto di Emilia Trovini
                  Confine tra Acuto e Castrocielo - Porta Capuana sull'antica via Latina - Foto di Emilia Trovini

Le facili vie di comunicazione in senso Nord-Sud (l’autostrada Roma-Napoli, la linea ferroviaria Roma-Napoli, la via Casilina, la linea Alta Velocità) , l’estrema facilità con la quale si possono raggiungere Roccasecca, Cassino e Montecassino, rendono consigliabile se non più vantaggioso l’abbandono dell’autostrada del sole all’uscita precedente quella di Cassino, in territorio di Castrocielo; la località che si tocca, come è facile rilevare, non solo non ritarda il raggiungimento di mete più ambite (Cassino e Montecassino), ma addirittura abbrevia il tempo di percorrenza per la evidente facilità delle vie di comunicazione alternative all’autostrada del sole; c’è da aggiungere, poi, (e questo non è secondario) l’interesse storico, archeologico e culturale suscitato dalla visita dei notevoli resti emergenti della colonia romana di Aquinum, in territorio di Castrocielo, visita che non richiede tempo eccessivo, e che risulta indispensabile per una conoscenza più completa della zona.

Testo: www.prolocoCastrocielo.info  

Foto di  Tilly Sfortunato, Gulliver, Tonino Bernardelli, Nicola Severino, Emilia Trovini, Gerardo Forti, Ferdinando Potenti,  Fabrizio Monti, Comune di Castrocielo, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.
La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di esclusiva proprietà dell'autore.







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