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Pofi, il Museo preistorico

Foto di Graziano Rinna
                                                Veduta di Pofi - Foto di Graziano Rinna

Il nome Pofi deriva dal toponimo bassomedioevale Pufa di cui però non si ha l’origine precisa; qualcuno ha pensato che derivi dal nome in greco del serpente o dai mitici Proci qui rifugiati, ma si tratta di ipotesi senza fondamento. 

                                                 
Il territorio di Pofi è frequentato dall’uomo da circa 400.000 anni: sono state in fatti scoperte abbondanti tracce umane dal Paleolitico all’Età dei metalli in diverse zone come la cava Pompi, il fosso Moringo, la fontana del Cerro, ove sono stati trovati una tibia umana ed un’ulna, di versi strumenti sia di pietra che di metallo e ossa fossili di animali cacciati dagli uomini preistorici. In epoca protostorica, il territorio fu abitato da tribù volsche che ci hanno lasciato tracce poco significative. In epoca romana la zona diventò importante perché situata nell’ambito di Fregellae, la colonia romana fondata in funzione antisannita e distrutta dagli stessi romani nel 125 a.C. 

Foto di Graziano Rinna
                                       La campagna di Pofi - Foto di Graziano Rinna

Il Museo Preistorico di Pofi

Il Museo Preistorico di Pofi
si trova nell’area delle colline erniche che scendono verso il Sacco.
In questa zona i romani fecero passare la via Latina, l’importante arteria che collegava Roma con Capua; nello stesso territorio esisteva una strada trasversale di transumanza che dalla media valle del Liri e dai monti Ernici si dirigeva alla pianura Pontina. Per questi motivi, prima del Mille, fu eretto un insediamento fortificato. E' opinione comune che tale abitato abbia avuto in origine un carattere eminentemente militare e che solo a partire dall’XI secolo si sia evoluto verso forme d’insediamento civile. Sull’alto del colle, utilizzando rocce basaltiche d’origine vulcanica, si eresse un fortilizio rimaneggiato più volte ma tutto centrato su un sistema di torri, fra cui ancora spicca una torre “mastra” a base pentagonale, collegate da cortine a circondare una vasta piazza d’armi, ricavata con costruzioni e spianamento del rilievo.

Foto di Graziano Rinna
 La Torre del Castello baronale e la Chiesa di Santa Maria Maggiore. Preparativi per l'infiorata del Corpus Domini - Foto di Graziano Rinna

La prima menzione di Pofi è dell’XI secolo, in un documento datato 1000-1039; a quel tempo il castello era soggetto anche politica alla diocesi di Veroli, ma ben presto il sistema politico si evolse verso una forma di gestione feudale di tipo condominiale, molto frequente nel Lazio meridionale di questi secoli, avendo in comune con Ripi i signori. Dipendente dal potere papale, spesse volte il paese fu coinvolto nelle guerre di confine: infatti venne incendiato nel 1155 e distrutto nel 1186 dalle truppe tedesche di Enrico VI.

Nel nuovo Museo Preistorico di Pofi, aperto al pubblico nel 2001, sono esposti importanti reperti che testimoniano la presenza dell'uomo, tra i più antichi in Europa: Uomo di Ceprano, 800.000 anni; Uomo di Anagni, 458.000 anni; Uomo di Pofi, 350.000 anni.

Tra i reperti umani appare particolarmente importante il cranio dell'uomo di Ceprano che, per i tratti morfologici e la cronologia, oltre che rappresentare il più antico ominide rinvenuto in Europa, rappresenta una tappa importante dell'evoluzione umana.
Nel percorso didattico sono messe in evidenza le fasi tecnologiche nella produzione di manufatti litici, con reperti del Paleolitico inferiore, rinvenuti in numerose località della provincia di Frosinone.

La tipologia e la cronologia di questi antichi insediamenti, testimoniate da choppers, amigdale, raschiatoi, nuclei, rappresentano l'evoluzione culturale di un milione di anni.

Gli antichi ambienti (laghi, fiumi, vulcani), scenario variabile per clima ed evoluzione del territorio, sono rappresentati dalle flore e faune fossili tra cui spiccano notevoli resti di elefanti. I crani, le mandibole, le zanne, le ossa lunghe dei pachidermi esposti colpiscono per la qualità e lo stato di conservazione.
La visita al Museo rappresenta la scoperta del più antico passato dell'uomo attraverso le testimonianze di una regione, il Lazio meridionale interno, tra i più interessanti in Europa.

"National Geographic Italia, agosto 2011

Le età di Argil

L’Uomo di Ceprano, il più antico fossile umano italiano, è più recente di quando si pensasse. Ciò lo rende meno interessante? Tutt’altro.
di Stefania Martorelli

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Fotografato presso il Museo di Paleontologia dell’Università La Sapienza di Roma, il modello dell’ultima ricostruzione del cranio del cosiddetto Uomo di Ceprano, rinvenuto nel 1994. Fotografia di Guido Fuà 

L'archeologo Italo Biddittu nel 1994 rinvenne il cranio dell'Uomo di Ceprano lungo una strada in costruzione, sistemò il modello del cranio in una vetrina del Museo archeologico di Pofi.

Un cacciatore di elefanti. O almeno così vogliamo immaginarlo, mentre scheggia amigdale affilate all’ombra dei vulcani che riscaldano la sua terra; o, più probabilmente, acquattato fra le felci, in attesa che un grosso felino abbandoni la sua preda per finire di ripulirla. È un buon posto quello che ha scelto per vivere: è ricco di animali - come elefanti appunto, cervi, daini, rinoceronti - di acqua, di grotte in cui trovare rifugio; anche se, di tanto in tanto, la terra trema e quei vulcani eruttano.

Ma poi accade qualcosa, qualcosa che forse non sapremo mai. Lui cade in acqua. È una fortuna, per noi, perché le iene non lo vedono, e l’argilla lo protegge. Altri, più evoluti, arrivano e prendono il suo posto, mentre su di lui si accumulano, strato dopo strato, i millenni, a centinaia. E intanto intorno tutto cambia, finché un giorno, durante i lavori di costruzione di una strada, una ruspa scava il terreno e le ossa sbriciolate del suo cranio (o meglio del suo “calvario”, al reperto manca del tutto la faccia) catturano l’attenzione di un altro cacciatore, ma di antichi resti stavolta, che si chiama Italo Biddittu. Siamo nel marzo 1994, e l’Uomo di Ceprano, il più
antico e forse più importante fossile umano italiano, è finalmente tornato alla luce.

Ma quanto è antico l’Uomo di Ceprano? Per oltre un decennio, quel fossile rinvenuto in mille frammenti, montati e smontati più volte, che deve il suo nome a una località fino ad allora nota soprattutto per l’uscita dell’autostrada Roma-Napoli, contende ad alcuni reperti ritrovati ad Atapuerca, in Spagna, e battezzati Homo antecessor, il titolo di primo abitante d’Europa. Così almeno la pensano mostri sacri della paleontologia italiana come Aldo Segre, geologo, e Antonio Ascenzi, anatomopatologo, che fanno risalire quel reperto a 900-800 mila anni fa.

«Del resto, la morfologia arcaica del fossile sembrava confermarlo», dice Giorgio Manzi, antropologo dell’Università La Sapienza di Roma che per due anni, a partire dal 1999, studia il cranio assieme al “mitico” Ascenzi. «È un reperto straordinario, ma estremamente enigmatico. La struttura ricorda una forma umana estinta nota in Asia come Homo erectus, e mai identificata in Europa con altrettanza evidenza; ma nel dettaglio presenta invece tratti molto più evoluti». Francesco Mallegni, antropologo oggi in pensione dell’Università di Pisa, ascrive addirittura quel reperto a una specie nuova, che battezza, fra lo scetticismo di molti, Homo cepranensis.

Passa qualche tempo, e all’inizio degli anni 2000 Manzi, Biddittu e altri studiosi, con la supervisione di Annalisa Zarattini della Soprintendenza Archeologica del Lazio (Ascenzi nel frattempo è scomparso), riprendono a scavare a Ceprano, anzi, a Campogrande, come si chiama la località in cui è stato ritrovato il fossile. E a questo punto la storia prende ancora un’altra svolta. 

Gli scavi, in questa zona, hanno una lunga tradizione.
Da decenni l’area attorno a Ceprano, Pofi, insomma tutta la Valle Latina, o del Sacco, è una fonte inesauribile di reperti antichi. «Potrebbe quasi essere considerata come una sorta di Atapuerca, in Spagna, o di Middle Awash, in Etiopia», dice Manzi. Lo testimonia la ricca collezione di quel gioiellino misconosciuto che è il Museo preistorico “Pietro Fedele” di Pofi, di cui è l’anima lo scopritore dell’Uomo di Ceprano e di molti altri reperti, Italo Biddittu, archeologo dell’Università di Cassino.

La sua scoperta del cranio non è casuale: Biddittu batte queste aree dal 1958, quando arriva qui attratto dai ritrovamenti di ossa e strumenti litici effettuati dall’allora sindaco di Pofi, quel Pietro Fedele archeologo per passione a cui oggi è intitolato il museo della cittadina. E che un anno dopo, nel 1959, è artefice di una scoperta straordinaria. «Chiamati da Fedele», racconta Biddittu, «a Pofi erano venuti due grandi studiosi, Luigi Cardini dell’Istituto italiano di Paleontologia umana, e Alberto Carlo Blanc, direttore dell’istituto, a esaminare i reperti trovati nella cosiddetta Cava Pompi. Per prima cosa, Blanc compra due lampadine da 100 candele, per poterli esaminare meglio, e a quella luce Cardini inizia a elencare: “Cervo, rinoceronte, elefante... Homo!”. In quel mucchio di ossa c’erano infatti un’ulna e una tibia umane, note come l’Uomo di Pofi, che in seguito furono datate attorno a 350 mila anni fa».

Perciò quando Biddittu, quasi cinquant’anni dopo, va a vedere lo sbancamento per la costruzione della strada, sa già che quell’area è un giacimento di possibili ritrovamenti. Vent’anni prima infatti, nella zona di Colle Avarone, proprio di fronte a Campogrande, erano stati individuati siti che hanno restituito vari strumenti antichi. E proprio lì, in uno strato d’argilla, fa la scoperta di una vita, i frammenti del cranio miracolosamente scampati alla ruspa che lui battezza affettuosamente “Argil”. 

Gli scavi condotti a Ceprano dopo il 2000 confermano però un suo iniziale sospetto, e cioè che il cranio non abbia 8-900 mila anni, ma che sia molto più recente: non più di 430 mila anni
. («Lo strato d’argilla in cui si trovava il cranio era proprio sotto quello dei bifacciali, stimati attorno a 250 mila anni fa», ricorda). Il fossile dunque non è molto più antico del cosiddetto “Uomo di Pofi” (in realtà l’ulna e la tibia appartengono probabilmente a un individuo di sesso femminile) ritrovato nel 1959. Addio “abitante più antico d’Europa”.
«Ci siamo dovuti arrendere all’evidenza dei dati forniti dal paleomagnetismo, dalle evidenze paleobotaniche e da molte altre analisi», racconta Manzi. «E allo stesso tempo abbiamo finalmente potuto ricostruire la storia geologica dell’area di Campogrande, con una stratigrafia arrivata a 60 metri di profondità, dove vediamo un grande bacino lacustre che ai tempi del nostro uomo si stava ritirando; e dove abbiamo ritrovato i resti di un elefante».

Ma la nuova datazione rende il fossile meno interessante? Secondo Manzi, è vero il contrario. «Quel cranio ci dice una cosa molto importante, e cioè che la storia dell’evoluzione umana avvenuta nel nostro continente attorno a 400 mila anni fa è molto più complessa di quello che pensavamo, fra le popolazioni mediterranee c’è molta più variabilità; la strada che segue non è un percorso lineare che porta dritto all’Uomo di Neandertal. La ragione principale sta proprio in quella natura “duplice”, da Giano bifronte, del fossile: la sua architettura, l’impalcatura se così vogliamo dire, guarda al passato, a specie umane molto più antiche, mentre il dettaglio, i caratteri fini, guarda ai suoi contemporanei europei, e cioè Homo heidelbergensis. E non c’è nulla in lui che parli di Neandertal. Ma Ceprano ha qualcosa in più, che è appunto quella morfologia così antica. Non conosciamo ancora l’antenato di H. heidelbergensis, una specie umana soggetta a grande variabilità a livello locale, ma certamente Ceprano è il miglior candidato attualmente in circolazione adatto a rappresentare quell’antenato».

E con questo è stata forse detta l’ultima parola sull’Uomo di Ceprano? In paleontologia questo non è quasi mai vero, e ciò vale anche per il nostro Argil. Oggi però la tecnologia associata alla ricerca può aiutarci ad aggiungere qualche tessera in più al nostro puzzle.

Il fossile è attualmente conservato a Tivoli, presso il Servizio di Antropologia della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, alle cure dell’antropologo Mauro Rubini. «Sicuramente scoprire che il cranio è più giovane di quanto si pensava rende tutta la ricerca molto più interessante, perché allarga il nostro orizzonte evolutivo; mentre diminuisce la possibilità che si tratti di una specie a sé, perché con il ridursi dell’intervallo temporale si amplia la variabilità. Ma ci sono ancora molte lacune da riempire», dice Rubini. «Abbiamo in progetto di sottoporre il reperto a tomografia sincrotonica presso la Synchrotron Radiation Facility (ESRF) di Grenoble, o all’analoga struttura di Trieste, per due ragioni. La prima è rivederne lo stato patologico complessivo: il cranio presenta ad esempio una frattura, anche se probabilmente non fu quella a causare la morte dell’individuo. Inoltre, il fossile potrebbe essere stato deformato dalla pressione sul sedimento. La seconda è accertare che la morfologia resa dalle varie ricostruzioni  e restauri sia corretta, che sarebbe un buon passo avanti per attribuire il reperto a un contesto evolutivo il più attendibile possibile. Il fossile è stato ricostruito più volte, ma neppure la ricostruzione attuale è definitiva, ci sono ancora parti che non coincidono. Frutto della deformazione? Forse. La tomografia al sincrotone ci permetterebbe di poter “rimontare” il reperto virtualmente, senza correre il rischio di danneggiare ulteriormente il fossile prima di arrivare a una ricostruzione definitiva».

E questo metterebbe fine a ogni dubbio? «Ancora no», risponde Rubini. «Nelle nostre analisi spesso non teniamo conto della grande variabilità che c’è all’interno della stessa specie. Provi a immaginare quanto sono diversi tra loro un pigmeo e un Masai: sono entrambi sapiens, eppure presentano morfologie diversissime. Non potremmo certo basarci su un singolo cranio di pigmeo, magari neppure completo, per trarre conclusioni su un’intera specie. Ma c’è un’altra cosa che stiamo tentando di fare, ed è cercare tracce di collagene, cioè di materiale genetico, nel fossile, o almeno una gamma di isotopi stabili che ci permetta di stabilirne la dieta. L’analisi del materiale genetico da  reperti fossili è stata possibile di recente con i neandertaliani, ma non si è mai riusciti finora su un reperto così antico, anche se la biologia molecolare sta facendo passi da gigante. Ecco, se questo tentativo avesse successo avremmo sicuramente molti meno dubbi sulla vera identità di Ceprano».

Ed è proprio a questo che sta lavorando Olga Rickards, professore di Antropologia molecolare all’Università di Roma Tor Vergata dove dirige il Centro dipartimentale di antropologia molecolare per lo studio del Dna antico; ma anche titolare con Gianfranco Biondi di un seguitissimo blog di paleoantropologia, Darwinpunk

«È ancora molto presto, ma non possiamo escludere di poter ricavare da Ceprano qualche informazione di tipo genetico. Le prime indicazioni sembrano positive», dice Rickards.

«Finora ad esempio è stato possibile ricostruire quasi il 60 per cento dell’intero genoma neandertaliano; ma parliamo di materiale estratto da reperti che hanno 38-44 mila anni, e che comunque ha cambiato per sempre il nostro modo di pensare ai Neandertal. Abbiamo poi il sequenziamento dell’intero genoma estratto dalla falange di un antico ominino rinvenuta nella grotta di Denisova, in Siberia meridionale, e datata 30-50 mila anni fa». Molto più recenti, quindi, dell’Uomo di Ceprano.

«Sì, ma queste ricerche ci dicono qualcosa che rivoluziona il modo in cui siamo stati abituati a leggere la storia del popolamento del continente eurasiatico», spiega Rickards. «I cosidetti denisoviani - che non sono sapiens, e neppure neanderthalensis - hanno poche decine di migliaia di anni, ma il loro DNA rivela che la loro origine filogenetica è molto più antica: si sono differenziati circa 650 mila anni fa. Il quadro non è ancora completo, ma sappiamo che quella delle nostre origini è una storia di grande variabilità e di mescolamenti, non quella lenta inesorabile marcia di una specie che soppianta l’altra fino all’avvento dell’uomo moderno».

E chissà che tra qualche anno non sapremo finalmente con certezza dove si colloca, in questo puzzle che è la storia dell’uomo, quel cacciatore di elefanti di 400 mila anni fa. "

Foto di Emilia Trovini
                               Torrioni lungo le mura dell'antico Castello - Foto di Emilia Trovini

Il sistema condominiale entrò in crisi nel corso del XIII secolo; verso la fine del secolo i Caetani riuscirono a impadronirsi della signoria pofana; la tennero fino al Quattrocento, quando il feudo passò ai Colonna per rimanere nelle mani di quest’ultimi fino al 1816.

Foto di Graziano Rinna
Il centro storico di Pofi impreziosito dall'infiorata del Corpus Domini - Foto di Graziano Rinna

In alcuni periodi il feudo tornò probabilmente al papato, come fa supporre l’assalto e la conquista di Pofi da parte dei comuni ribelli al papa nel 1366. In altri casi furono i pofani a ribellarsi ai troppi esosi signori: infatti nel 1459 scacciarono i Caetani, favorendo l’ingresso dei Colonna. La ribellione era dovuta, al di là dei fatti contingenti, alla nascita e alla crescita di un ceto nuovo: la piccola borghesia che non sopportava più gli attacchi signorili ai suoi privilegi.

Foto di Graziano Rinna Foto di Graziano Rinna
Foto di Graziano Rinna Foto di Graziano Rinna
                             Altre immagini del centro storico in occasione dell'infiorata del Corpus Domini - Foto di Graziano Rinna

Agli inizi del Cinquecento, i Colonna consolidarono la loro signoria a Pofi ove organizzarono la milizia locale, posta alla base della loro potenza, i cui reparti partecipavano alle diverse lotte antipapali dei Colonna. Alcuni militari pofani combatterono con Marcantonio alla battaglia di Lepanto. Ma Pofi ebbe anche la fortuna di diventare il capoluogo della parte meridionale dello stato colonnese entro il dominio papale. Qui, infatti, risiedeva l’uditore generale che aveva con sé un apparato burocratico e si occupava di giustizia e sicurezza. Lo stato dei Colonna comprendeva una quindicina di feudi, alcuni dei quali si espansero rapidamente e ben presto, nel 1734, il capoluogo venne spostato a Ceccano, pur rimanendo la designazione del feudo come stato di Pofi.

Foto di Graziano Rinna

Foto di Graziano Rinna

Foto di Graziano Rinna
                                                             Volti giovani e meno giovani di Pofi - Foto di Graziano Rinna                          

Alla metà del Seicento la peste decimò la popolazione. Dopo l’epidemia cominciò un forte incremento demografico che portò il paese a raddoppiare la popolazione prima della metà dell’Ottocento. Anche la struttura sociale cambiò radicalmente: si formò un ceto di proprietari terrieri. Alcuni di questi acquisirono il titolo nobiliare come i De Carolis, più noti per il loro palazzo di via del Corso. L’affermazione delle nuove famiglie contribuì a de terminare la decadenza dei Colonna. 

Foto di Enzo Sorci
                                                   Porta del Merangolo, una delle porte di accesso al castello - Foto di Enzo Sorci

Fra Sette e Ottocento l’abitato cominciò a svilupparsi fuori dei precedenti circuiti murari: nacquero due sobborghi; l’espansione demografica ed edilizia condusse alla riorganizzazione degli spazi e delle strutture sociali: la rocca, decaduta la funzione militare e di residenza del potere feudale e signorile, venne destinata al potere locale, e il Palazzo Colonna fu venduto a privati.

Con l’avvento della repubblica romana giacobina, anche Pofi fu coinvolto direttamente in avvenimenti di più ampia risonanza: molti pofani si ribellarono al nuovo regime portato dai francesi e parteciparono alla sollevazione popolare di quegli anni. Dopo il 1870 cominciò una lenta ma consistente emigrazione dal paese.

Durante la seconda guerra mondiale, malgrado Pofi fosse poco distante dalla Casilina, il paese non fu particolarmente colpito dagli eventi bellici fino alla primavera del 1944. I bombardamenti alleati indussero la popolazione a sfollare e fra aprile e maggio si intensificarono per l’imminente avanzata.
                                                                          

Foto di Fabrizio Monti Foto di
                                                            I vicoli di Pofi - Foto di Fabrizio Monti e Graziano Rinna

L’abitato di Pofi sorge sopra una collina del sistema ernico e il vertice comprende la rocca e una parte del centro storico. Attorno a questa corre una strada antemurale, una circonvallazione di costruzione recente da cui si dipartono diverse strade di scollinamento; la strada antemurale delimita molto chiaramente la cinta dell’antico borgo.

Foto di Graziano Rinna
                                          Veduta del borgo sul calare della sera - Foto di Graziano Rinna

Lungo questa rete viaria è sorto il paese moderno anche se una buona parte degli abitanti vive nelle campagne, in case sparse. In alcune zone rurali si sono creati veri e propri agglomerati. Il centro storico è sorto al vertice della collina ed ha assunto una forma ovoidale con due porte principali poste alle estremità dell’unico asse viario.

La prima porta è chiamata del Merangolo, la seconda dell’Ulivo: quella del Merangolo è la più caratteristica per il doppio sottopassaggio racchiuso da una volta a botte e con triplice sistema difensivo. Intorno le mura sono state ormai inglobate nelle case, qualche traccia si nota vicino alla Chiesa di Santa Maria e si osservano segni evidenti di torri, sia quadre che circolari. Al centro di questo complesso urbano è stato costruito il Castello con una propria cinta muraria, porte d’accesso, torri ed edifici al suo interno. Il Palazzo comunale è sorto ristrutturando l’antico mastio e conserva la base pentagonale anche se la torre è stata ridotta a soli due piani.

Sulla spianata della Rocca sorge anche un’altra Torre eretta dai Caetani: alta 36 metri, di stile romanico, a scapoli regolari, ha quattro piani. All’interno del terzo piano è affrescata una Crocifissione trecentesca e attualmente la torre è adibita a orologio pubblico.

Foto di Emilia Trovini
Il Castello Baronale, costruito con pietra basaltica locale e restaurato nel 1300, fu per molto tempo la residenza ufficiale  dei Colonna - Foto di Emilia Trovini

Il Palazzo dei Colonna è un chiaro rifacimento di gran parte dell’antico castello; esso risulta costruito fra due torri che appaiono in evidenza agli angoli esterni della cinta. Abbandonato nel corso del Settecento e restaurato dal comune agli inizi dell’Ottocento, è stato ceduto dai Colonna dopo la prima guerra mondiale ed oggi ha più proprietari. La muratura spicca nettamente per il suo color funereo a causa del basalto impiegato per costruirla.

Nel centro storico ci sono diversi palazzi sette e ottocenteschi, costruiti lungo la cinta muraria di cui hanno sfruttato le mura esterne; sono quasi del tutto scomparsi gli edifici medioevali, rimangono diversi tratti di mura, qualche torre mozzata, una casa-torre e due case con profferlo nei vicoli. Un palazzo interessante è quello della famiglia De Carolis, edificato nel Settecento e munito di robuste inferriate alle finestre del primo piano.

Per consentire l’accesso alla parte più alta del centro storico a partire dalla circonvallazione, si è costruito un ripido ingresso a forma di ferro di cavallo (così è denominato localmente) attraverso il quale gli automezzi possono salire alla piazza del castello.

Foto di Graziano Rinna
Chiesa di Santa Maria Maggiore - Foto di Graziano Rinna

All’interno della rocca sorge la chiesa principale dedicata a Santa Maria Maggiore, che, già esistente nel Medioevo, fu ampliata a croce greca nel corso del Settecento su progetto di un architetto locale. L’interno si presenta molto semplice, senza eccessive decorazioni. Diverse piccole chiese rurali sono state erette nelle campagne pofane, per lo più fra Seicento e Ottocento.

Foto di Pio Michele Di Turi
La Chiesa di Sant'Antonino Martire, in stile romanico, è stata costruita tra il X e l'XI sec. - Foto di Pio Michele Di Turi

La Chiesa di Sant’Antonino è la più interessante di Pofi: costruita fra il X e l’XI secolo, è piccola, di stile romanico, presenta un interessante portale e diversi affreschi fra cui un Giudizio universale, dipinto sulla controfacciata interna.

Foto di Graziano Rinna
                       Interno della chiesa di Sant'Antonino, interessante l'affresco dietro l'altare - Foto di Graziano Rinna

Il periodo di realizzazione degli affreschi, il Trecento, e l’impostazione delle singole scene
ricordano la “Divina Commedia” dantesca.

Foto di Emilia Trovini
Particolare dell'affresco della parete controfacciata interna che risale al Trecento. Le scene ricordano la Divina Commedia dantesca. Foto di Emilia Trovini 

Lungo le strade di scollinamento sono sorti, nel corso dell’Ottocento, due borghi, con qualche bell’edificio; lungo la circonvallazione si trova l’imponente Chiesa di Sant’Andrea, già esistente in epoche più lontane.

Nel territorio di Pofi vi è uno dei pochi boschi planiziari ancora esistenti nel Lazio meridionale: si tratta della Macchia del Signore, un bosco ceduo di proprietà del comune e che conserva nel nome l’antica appartenenza al signore feudale.

Fino agli anni Venti nel territorio di Pofi si raccoglieva torba e lignite da alcuni piccoli giacimenti oggi diventati improduttivi. L’economia però è sempre stata essenzialmente agricola ed ancora una buona parte della popolazione lavora i campi.

Parte degli abitanti è impiegata nelle industrie dell’area frusinate e nell’unica fabbrica locale appartenente all’indotto Fiat.

 Testo: La Ciociaria


Chiesa di Sant'Andrea

Foto di Enzo Sorci
                             Chiesa Parrocchiale di Sant'Andrea Apostolo, con facciata settecentesca - Foto di Enzo Sorci

La Chiesa Parrocchiale di S. Andrea Apostolo è situata fuori dalle mura castellane, a pochi passi dalla Porta Del Merangolo. Anteriormente al Sec. XV, della chiesa di S. Andrea non si ha alcuna notizia. A farne menzione la prima volta è l’inventario di Onorato Gaetani, redatto l’anno 1941. Lo statuto della terra di Pofi del 1569 riporta che S. Andrea Apostolo è uno dei Protettore della Terra di Pofi e dai racconti dei fedeli che vi facevano visita si evince che erano presenti due altari: l’altare maggiore, dedicato al santo titolare, S. Andrea Apostolo, e la cappella in onore della SS.ma. Concezione e dei Santi Carlo e Francesco di Assisi.

Sempre dalle notizie pervenute dalle visite fatte dai fedeli intorno al1691, si rileva che mancava il battistero e il cimitero sottostante tanto che per la sepolture si ricorse alla chiesa di San Maria alla quale la Chiesa di S. Andrea era asservita. Essa venne distrutta nel secolo scorso durante la prima guerra mondiale e durante la seconda, subì danni molto gravi. Per quanto riguarda l’esterno, è attualmente ben visibile una parte più antica (corpo principale, sacrestia, torre campanaria) e una più recente (facciata). L’interno, di scarso interesse artistico e più volte rimaneggiato, presenta l’altare maggiore con le statue dei SS. Andrea, Filippo e Giacomo, e due piccole cappelle laterali. All’interno la settecentesca facciata risulta composta di due parti rettangolari armoniosamente composte: una superiore ed una inferiore, divise da un leggero cornicione. Nella superiore, a cui si sovrappongono la croce in ferro e la corona del martirio in un tondo i due pinnacoli ai lati, si legge. D.O.M DILEXIT ANDREAM DOMINUS S.M.E . Nella parte inferiore, più ampia si apre al centro una sola porta, alla quale si accede per una scalinata; porta una lunetta lucifera e ai lati due finestra ovali, alla stessa altezza. Non v’è dubbio che la facciata, della quale si ignora l’autore, è la parte più importante, dal punto di vista architettonico ed è forse, questa, opera di maestranza milanese.

Chiesa di San Pietro

Foto di Pietro Scerrato
                        Convento francescano e Chiesa di San Pietro, con facciata barocca - Foto di Pietro Scerrato

All'altare maggiore una grande pala raffigura la Vergine seduta in trono con Bambino sulle ginocchia e ai lati i Santi Pietro e Paolo, di imitazione di scuola umbra, opera del pittore francescano Fra Pietro Copenaghen (detto il Raffaello danese). Sopra il presbiterio, una lapide ricorda la munificenza della famiglia De Carolis e la fondazione del Convento. In ciascuna delle prime tre cappelle, tele settecentesche, di buona fattura, copie di altrettante opere esistenti a Roma nella Basilica di S. Giovanni in Laterano e di Aracoeli raffiguranti S. Francesco in estasi, la Madonna di Loreto con S. Vincenzo Ferresi, e una Sacra Famiglia con S. Anna.

Nella quarta cappella, o cappellone, costruita negli anni 1907 - 1908, a cura e spese del Terzo Ordine e col lavoro dei fedeli, dedicata alla madonna Addolorata, dall'altare ora abbattuto che ha dato posto alla cappella, sono state poste in quattro nicchie laterali statue di santi francescani in primo luogo S. Francesco e S. Antonio dei quali ogni anno viene celebrata solennemente la festa organizzata dall'O.F.S.

Sotto l'altare centrale, unico della cappella, una immagine in terra cotta del Cristo morto, opera Napoletana della fine del XIX sec. Il cuore della Chiesa di S. Pietro è certamente la cappella di Gesu' bambino di Praga, statua lignea del 1700 di scuola napoletana inaugurata il 20 novembre 1999 a conclusione dell'anno internazionale della famiglia.

La devozione a Gesu' bambino e molto sentita dal popolo di Pofi e dai molti devoti che ricorrono a Lui con fiducia e che sperimentano ogni giorno la promessa fatta dal Piccolo Re a P. Cirillo Carmelitano "Piu' voi mi onorerete, piu' io vi favorirò". La cappella e protetta da un artistico cancello in bronzo voluto dai fedeli e una lampada ad olio arde perennemente dinanzi alla taumaturgica immagine.

Testo: Comune di Pofi

L'agricoltura (cereali, vite, olivo, frutta e ortaggi), l'allevamento bovino e il florovivaismo sono le principali risorse economiche.

Foto di Riccardo Fusco
                                                           Vivaio di Pofi - Foto di Riccardo Fusco

Foto di Graziano Rinna, Emilia Trovini,  Enzo Sorci, Fabrizio Monti, Pietro Scerrato, Pio Michele Di Turi, Riccardo Fusco, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.  
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