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San Giovanni Incarico e la Riserva naturale Antiche città di Fregellae e Fabrateria Nova e del lago di S. Giovanni Incarico

Foto di Enzo Sorci
Panorama dal Monte Formale, che domina il paese di San Giovanni Incarico. Nella foto la valle del Liri, il massiccio del Monte Cairo a sinistra, sullo sfondo, verso sud,  le catene dei Monti Ausoni e dei Monti Aurunci - Foto di Enzo Sorci

Si ritiene che il paese sia stato fondato dalla distruzione di Fabrateria Nova da parte dei
Longobardi durante metà del V secolo. Gli abitanti di Fabrateria Nova infatti, dopo l'invasione dei longobardi, si rifugiarono sulle pendici dell'attuale Colle Formale (un tempo chiamato Colle San Maurizio) che tuttora domina l'intero paese.

Sulla cima del Colle San Maurizio sorge il santuario della Madonna della Guardia, considerata dalla comunità cristiana di San Giovanni Incarico compatrona del paese, insieme a San Giovanni Battista che è il patrono.

All'inizio del X secolo, mentre il paese era sotto il dominio feudale di Atenolfo II di Gaeta, sul colle sorgeva una piccola chiesa dedicata a San Maurizio, ma questa venne chiusa al culto in seguito all'abbandono. Successivamente il paese passò sotto la podestà di Riccardo dell'Aquila. Con le invasioni saracene, avvenute durante il secolo XI, sulla sommità del colle vi fu stabilita una vedetta per avvisare in tempo la popolazione di eventuali minacce imminenti. Fu allora che nella chiesa, sorta inizialmente in onore di San Maurizio, vi fu collocata una statua della Madonna, chiamata appunto Madonna della Guardia perché fungesse da guardiana dalle invasioni al piccolo paese.
A partire dal XVI secolo entrò a far parte dei possedimenti della casa
Farnese per passare nel secolo XVIII nell'amministrazione degli Stati mediceo farnesiani.

Fino all'unita' d'Italia rimase sotto la giurisdizione del Regno delle Due Sicilie, nella regione denominata "Terra di Lavoro". Sulla piazza principale del paese infatti, si può ammirare la fontana cosiddetta "borbonica", fatta erigere da Ferdinando IV di Borbone, come attesta l'iscrizione posta su di essa. Inoltre al confine con il comune di Falvaterra, sono ancora visibili i cippi confinanti che delimitivano il territorio dello Stato Pontificio da quello del Regno di Napoli.  - Testo: Wikipedia 


Foto di Gerardo Forti
Il borgo di San Giovanni Incarico raccolto intorno alla Parrocchia di San Giovanni Battista, patrono del paese - Foto di Gerardo Forti
 


LA STORIA

Fregellae 

La colonia di Fregellae fu costruita nel 328 a.C sul pianoro di Opri, tra le attuali località di Ceprano e S. Giusta, per contrastare l'avanzata delle truppe sannite ma proprio da queste ultime fu distrutta nel 320 a.C.

Dopo la ricostruzione avvenuta nel 313 a.C. , la colonia si rafforzò fino a diventare una vera potenza politica economica militare culturale. Forse proprio questa egemonia gli decretò la fine. Infatti nel 125 a.C. questa colonia venne completamente distrutta e rasa al suolo dal console Lucio Opimio, esponente del patriziato romano, in occasione della sanguinosa repressione degli italici, questi ultimi insorti per la mancata concessione della cittadinanza romana ed il relativo godimento dei diritti per sempre loro negati. Di questa città oggi si ha un'ampia conoscenza della struttura urbana, grazie alla serie di campagne di scavi dirette dal Prof. Filippo Coarelli dell'università di Perugia che dal 1978 impegna studenti e ricercatori italiani e stranieri, tutti uniti nell'intento di portare alla luce le strutture di questa importantissima città;.
Il parco archeologico di Fregellae, situato al Km. 84.600 della strada statale 82 della Valle del Liri, è in parte visitabile grazie ai lavori di sistemazione e restauro della XV Comunità Montana Valle del Liri.

Foto di Ferdiando Potenti
Il borgo storico e la campagna circostante con le nuove abitazioni - Foto di Ferdinando Potenti

Le origini del paese: Fabrateria Nova

Distrutta la colonia latina di Fregellae
  nel 124 a.C. fu costruita sulla sponda destra del fiume Liri la città denominata Fabrateria Nova, situata nella località attualmente denominata "La Civita" tra gli abitati di Isoletta e San Giovanni Incarico. La città era delimitata a nord ed a Est dal fiume Liri le cui acque venivano attraversate da due ponti che tracciavano la via latina e congiungevano le città di Frosinone ed Aquino. Il primo ponte a nord si trovava a circa 500 mt. dopo la confluenza del Liri con il Sacco, i due fiumi che anticamente erano chiamati rispettivamente Verde e Tolero(Trerus). L'altro ponte ad est che immetteva la città alla porta Aquinea si estendeva in località Limate ospedale(Dirupata). Del primo ponte oggi non è possibile vedere niente però importanti per la localizzazione sono le testimonianze di anziani abitanti della zona che ne ricordano molto bene i resti che erano visibili in tempo di secca. Nell'abitazione degli eredi del Sig. Dolce Luigi nei pressi del ponte vi sono due cunei tronchi in travertino presi tra i resti di questo antico ponte. Si sa per certo che questo ponte fu restaurato due volte precisamente nel 105 dall'Imperatore Marco Ulpio Nerva Traiano e nel 226 dall'Imperatore Alessandro Marco Aurelio Severo. Questo viene confermato dalle scritte rinvenute tra le rovine di questo ponte, incise in due pietre che ancora oggi si possono vedere, la prima, presso il municipio di San Giovanni Incarico risulta spezzata in due pezzi di cui una parte è mancante, e l'altra presso il casino Cayro sulla collinetta ad ovest della città, incastonata sulla facciata interna del chiostro della villa. Dell'altro ponte il Limata ospedale ancora oggi si possono osservare le basi dei piloni soprattutto quando il lago è in secca, ma molti anziani del luogo lo ricordano bene prima che fosse stato realizzato il lago artificiale nel 1925, infatti secondo loro era visibile un muro formato da grossi massi squadrati lungo l'argine del fiume, uno dei quali è incastonato in una parete dell'abitazione degli eredi del sig. Cedrone Salvatore.

Foto di Comune di San Giovanni Incarico Foto di Comune di San Giovanni Incarico
Foto di Comune di San Giovanni Incarico Foto di Comune di San Giovanni Incarico
San Giovanni Incarico visto dall'alto - Foto del Comune di San Giovanni Incarico

Di questa città non si hanno notizie di carattere storico, probabilmente dovette trascorrere un'esistenza abbastanza anonima anche se vecchi studiosi la menzionano come città importante e fiorente nel commercio (cit. Cayro Tasciotti). Altri come il De Mattias nel suo libro "Cenno storico su Vallecorsa" ritiene che Fabrateria Nova fu sede di consoli, magistrati e sacerdoti come tutte le colonie e municipi di Roma; ed era iscritta alla tribù Tromentina. A testimoniare questo Brutero riporta questa lapide dove è impresso il nome di un console di Fabrateria Nova    JVLIAE A. F  CALVINAE  L. ALFIDI HERENNIANI  CONSVLIS  FABRAYERNI  NOVANI  D D

In questa città si tenevano anche importanti di Giureconsulti per decidere sulla pena capitale da infliggere ad alte personalità del tempo come, si può rilevare da una lettera che Cicerone scrisse a papiro pedo raccomandando un tale Quinto Curzio Rufo che in passato avrebbe cospirato contro di lui nel consiglio tenuto a Fabrateria Nova dal triumviro Antonio per farlo decapitare(Cicerone epistole IX 24).
Lo stesso San Magno Vescovo di Fondi venne qui martirizzato come risulta dal codice Antuerpiense(attribuito a San Gregorio) nel III secolo d.C. sotto l'imperatore Decio. La città era abitata da molte famiglie nobili romane tra le quali la Elvia, Annia, Papiria, Felvia, Ponzia, Pomponia, Trebellia, Sulpicia. Come risulta dalla lapide funeraria custodita nel giardino delle suore (casa di riposo Agnese).  TREBELLIA. M.L. VENERIA  SIBI ET SVIS TREBELLIAE M.L. HILARAE  MATRI  M. TREBELLIO M.L. PRIAMO  M.TREBELLIO M.L. AMPITONI  FRATIBVS

Foto di Enzo Sorci
Un'altra immagine del borgo immerso nel verde - Foto di Enzo Sorci

La località "La Civita" è stata oggetto di scavi da parte della Soprintendenza Archeologica per il Lazio ed i monumenti di maggiore importanza venuti sin ora alla luce sono rappresentati dalle fondamenta di un piccolo anfiteatro di forma ellittica dalle dimensioni (70*57) realizzato al centro della città e da un tratto di via basolata.
Le ricognizioni di superficie hanno inoltre permesso di individuare l'esistenza di tratti di mura ad ovest e a sud; di resti di mura in opus mixstum e di cementizio, di un criptoportico di muratura in laterizio e di pozzi in terra cotta.
Alla fine del XVIII secolo, in località denominata "Porto" situata sulla riva destra del fiume Liri di fronte ad Isoletta furono osservati i resti di un muraglione e grossi travertini lavorati per proteggerlo in caso di alluvione , vicino al quale c'era il ponte precedentemente descritto. Tutte queste testimonianze permettono di ipotizzare con un discreto grado di certezza, l'esistenza di uno scalo fluviale come descrive anche F. Tasciotti ( Cenni Storici su San Giovanni Incarico),di fronte all'isola di Pontesolarato (Isoletta), per cui fu chiamato porto dell'isola. D'altronde la navigabilità del fiume è un fatto accertato, visto che esso veniva usato per trasportare al mare il legname per la costruzione di vascelli.
Nelle osservazioni di foto aeree è possibile dedurre l'esistenza di un assetto urbanistico regolare con strade che si intersecano ortogonalmente.
Nell'area urbana occidentale in località " Tesoro" è stato localizzato il tempio della Concordia com'è testimoniato da un epigrafe dedicatoria conservata nel casino dei Cayro.  CONCORDIA  EX S.C.

Foto di Emilia Trovini
La fontana borbonica che Ferdinando IV, re di Napoli, fece costruire a sue spese - Foto di Emilia Trovini

Il tempio era dedicato alla dea concordia. Il Cayro riferisce che molti reperti epigrafici ed archeologici furono recuperati tra le rovine di questa città, di cui gran parte custodite nel suo museo. Di quel museo buona parte delle opere furono acquistate dallo stato, altre si trovano ancora nelle proprietà che furono dei Cayro, ed in alcune abitazioni private del luogo. Una decina di sculture provenienti dalla collezione Cayro acquistati dallo stato nel 1941 sono conservati a Roma nel Museo Nazionale Romano: sono per lo più statue acefale, una delle quali è situata nel giardino delle monache a San Giovanni Incarico la statua fu rinvenuta presso la via di accesso alla città e risale all'età tardo repubblicana o imperiale. In questo giardino si possono ammirare i resti dell'antica città: capitelli, colonne , fregi dorici, cippi calcarei , epigrafi e fregi funerari .
Nel nostro paese nelle facciate delle case del centro storico e della campagna sono presenti materiali di reimpiego provenienti da Fabrateria Nova, quello che risalta di più agli occhi è il campanile della chiesa parrocchiale tutto interamente costruito con quei materiali. Nella vecchia abitazione dei Fiore a circa 50Mt dalla chiesa di San Cataldo si trovano murati o reimpiegati diversi reperti riferibili a monumenti funerari oltre ad una intera scalinata costruita con blocchi di pietra presi dalla vecchia città, considerando che la via Latina passava nelle sue vicinanze. Sul bordo della strada Civita Farnese presso l'abitazione dei Carnevale sulla facciata della casa sono presenti due frammenti di fregio dorico. Il primo consiste in una sola metopa contenente la raffigurazione di un bucranio; il secondo, più lungo, presenta una decorazione consistente in fiori ed un bucranio con evidenti guttae al disotto dei triglifi. Tenendo a mente quanto è stato fin ora detto, non si può pensare che una città così piccola di estensione quale era Fabrateria Nova potesse avere un ruolo importante nella storia di Roma tanto da avere persino dei consoli.

Qualche perplessità è provocata dal ritrovamento nel territorio di Castro dei Volsci, in località detta Fregellana, di una lapide, rinvenuta sulla sponda del fiume Sacco sulla cui facciata appare scritto: COLON, FABRAT, FREGELL

Il che induce molti a credere che prima della distruzione di Fregellae, già esistesse nella periferia di questa città una estesa colonia col nome di Fabraterna Fregellana per distinguerla da Fabraterna Vetus già esistente non molto lontano da essa nelle vicinanze dell'attuale Ceccano, come tra l'altro attesta l'illustre abate Chaupy (1769) che dopo la distruzione di Fregellae cambiò nome con Fabrateria Nova. Questa colonia si doveva estendere tra Castro e Pontecorvo con ramificazioni anche nei territori di Roccasecca ed Aquino come attestano alcuni ritrovamenti di statue ai margini della via latina che portava verso quest'ultima città, ed epigrafi, due delle quali trovasi presso la chiesa di San Vito (Roccasecca) che menzionano due famiglie di Fabrateria Fregellana. Questo spiegherebbe il perché il Cayro avrebbe confuso Fregellae con Fabrateria Nova, trattandosi quest'ultima all'inizio della sua storia di un'estensione della colonia della prima città, col nome appunto di Fabrateria Fregellana.
Questa è una mia tesi personale che non trova riscontro con gli storiografi locali tra cui il Colasanti, che si è avvalso molto delle erudite versioni di Livio e Cicerone quest'ultimo uomo politico e filosofo di Arpino che visse dal 106 al 43 a.C. conosceva molto bene questi luoghi. Comunque ancora tanto si dovrà scoprire, data la mancanza di documenti che ne attestano la vera storia. Quello che si sa per certo è che la città di Fabrateria Nova dovette perdere progressivamente la sua importanza in seguito al ripristino del vecchio tracciato della via Latina, attuata dall'Imperatore Vespasiano intorno al 70 d. C. che la tagliava definitivamente fuori dai principali flussi economici e commerciali.
 
    

Foto di Emilia Trovini
Piazza Falcone Borsellino - Foto di Emilia Trovini


I Longobardi e la nascita di "Carica"
 
 

Il definitivo abbandono della città si ebbe attorno al 587, quando venne distrutta dai Longobardi, un popolo barbaro violento e grezzo di origine germanica che sotto la guida del Re Alboino vennero in Italia attorno al 568 conquistando i territori della Lombardia, Emilia, Toscana, Umbria (Ducato di Spoleto) e Campania (Ducato di Benevento) mentre il resto dell'Italia rimase sotto la giurisdizione dell'Imperatore bizantino. Fu per ordine del Duca di Benevento Zottone
I che fu distrutta la città di Fabrateria Nova insieme a quella di Atina ed Aquino portando così i confini sul fiume Liri. Gli abitanti della città si sparsero un poco ovunque, alcuni si rifugiarono sulle pendici del nostro monte Formale (Madonna della Guardia) e diedero consistenza all'attuale paese di San Giovanni Incarico (CARICA). Altri si stanziarono presso l'ultima propaggine dei monti Lepini costituendo l'attuale paese di Falvaterra (Fabraterra), un'altro gruppo si trasferì sulla sponda sinistra del fiume Liri ove sorse la cittadina attuale di Isoletta (Insula Pontis Solarati). Tutti e tre i paesi si ritrovarono a far parte dell'agro Aquinate sotto il dominio Longobardo. Inutile dire come fosse stato difficile agli inizi per gli abitanti del nostro paese, vivere quasi in condizioni di schiavitù senza tetto e minacciati dalla fame e dalle malattie. Si entrò a far parte del ducato di Benevento, uno dei più importanti ducati della storia longobarda in Italia. Data la lontananza del governo centrale, non essendo sottoposti alla diretta sorveglianza del Re, divenne quasi un vero stato autonomo.

Foto di Ferdinando Potenti
Delizioso vicolo del borgo - Foto di Ferdinando Potenti

Il nostro paese cominciò a formarsi lentamente, dando origine al primo nucleo abitato presso l'attuale Piazza Giudea. Le prime abitazioni furono molte povere e servirono solo a ripararsi dalle intemperie. Il paese agli inizi prese il nome di Carica presumibilmente perché le prime le prime abitazioni furono edificate nelle vicinanze di piante di fico. Infatti in latino la parola carica equivale a" fico secco". Questa versione data anche dal Cayro sembra la più verosimile, anche perché sappiamo benissimo come il nostro territorio anticamente era ricco di questo tipo di pianta. Sempre secondo il Cayro che ci fornisce un'altra versione, il nome Carica deriva dalle famiglie fondatrici del paese, dal cognome Carico, quest'ultimo molto in uso nell'Impero Romano tipo Marco Aurelio Carico, Publio Elio Carico, presenti anche tra gli abitanti della stessa Fabrateria Nova. A contrastare queste versioni, ci ha pensato il Cav. Don Gabriele Jannelli che il 07-10-1877 nella commissione conservatrice dei monumenti ed oggetti dell'antichità della Provincia di Terra di Lavoro, affermava che l'origine del nome Incarico aggiunto a San Giovanni non corrispondono alle versioni del Cayro, bensì ad un alterazione come in tante parole del tempo della parola antica Clanica, derivante dal fiume Clani (Liri) che ne bagna la contrada. Nome del fiume in uso sicuramente nel tempo di cui lo Strabone il famoso storico e geografo greco che visse a Roma intorno al 40 a.C. ci ha lasciato traccia e di cui anche Plinio il Vecchio ne emenda il nome. Per lo stesso motivo il monte prese il nome di Formale per i molti sbocchi di acqua che dalle sue falde, andavano a confluire nel fiume stesso. Un'altra tesi attribuisce il nome Incarico al paese di origine del patrono San Giovanni Battista vale a dire Incarim nella Palestina, però questa tesi è scartata da molti studiosi, in quanto il nome del patrono accanto al nome del paese appare solo dopo il 1053, quando il paese venne scisso da Pontecorvo, che precedentemente lo comprendeva come risulta da una scrittura antica conservata presso il Monastero di Montecassino " Castri S. Joannis territoris Pontis Curvi".

Foto di Emilia Trovini
Uno scorcio del centro storico - Foto di Emilia Trovini

Il nostro paese fu sotto il dominio Longobardo per 206 anni fino al 774, quando Carlo Magno Re di Francia ed Imperatore d'Occidente, sconfisse a Pavia Re Desiderio esiliandolo insieme ai suoi famigliari in un convento in Francia dove terminò i suoi giorni. In questo anno Carlo Magno innalzò il ducato di Benevento a principato. Nel 845 il principato si scisse in due dando origine al principato di Salerno che comprendeva tra l'altro il nostro paese. Questo principato a sua volta si divise dando origine al contado di Capua che ereditò cinque dei sedici gastaldati che aveva in possesso. Il più importante gastaldato del contado di Capua fu Sora che era quello con maggiore estensione e geograficamente più lontano da Capua. Per questa maggiore estensione fu divisa in due dando origine al gastaldato di Aquino. Il primo gastaldo di Aquino fu Rodoaldo parente dei conti di Capua. Il nostro paese come Falvaterra ed Isoletta entrarono alle dipendenze di questo gastaldato. Alla morte di Rodoaldo nel 883 gli successe Adenolfo I detto Megalù artefice della costruzione del castello di S. Giovanni Incarico. Il castello doveva servire a difendere la popolazione dalle continue incursioni e devastazione dei Saraceni, popolo di origine araba che provenienti dall'Africa settentrionale dediti soprattutto alla razzia, occuparono prima la Spagna poi la Sicilia dirigendosi subito dopo verso il centro.

Fu in quel periodo, dopo che si erano insediati alle foci del Garigliano che intrapresero una serie di saccheggi ai danni soprattutto delle popolazioni delle nostre campagne. Ad Adenolfo I successero nell'ordine di tempo , Rutiperto, Siconolfo I e infine Adenolfo II che fu l'ultimo dei castaldi, ed il primo dei conti di Aquino. La contea di Aquino, preoccupata della crescente influenza che esercitava nella zona il Monastero di Montecassino, si pose in aperta ostilità con l'abbate Aligerno. Questa ostilità si protrasse per molti anni anche tra i successori di Adenolfo II. Infatti Adenolfo III ebbe a contendersi con l'abbate Mansone di Mntecassino, fondatore quest'ultimo del castello di Roccasecca. Il successore Adenolfo IV si contese con l'abbate Richero in lotte durissime che portò alla cattura e conseguente prigionia di quest'ultimo. Però in quell'anno una terribile epidemia scoppiò in Aquino mietendo un gran numero di vittime tra cui il figlio di Adenolfo IV, il conte Siconolfo III che morì di peste.

Foto di Emilia Trovini
Le torri nel punto più alto dell'antico borgo - Foto di Emilia Trovini

Il popolo credendo che l'epidemia fosse stato un castigo del cielo per le cattiverie subite dall'abbate Richero, volle che terminasse per sempre questa rivalità. Fu per questo che i fratelli Adenolfo V e Landone II andarono a Montecassino a pregare perché cessasse l'epidemia. AdenolfoV promesse pace e fedeltà a Montecassino. Lo stesso Adenolfo V fu nominato Duca di Gaeta, a Landone II gli fu assegnata la contea di Aquino, a Pandone I la contea di Vicalbo (Valle di Comino) ed a Landone III la contea di Pontecorvo. Il figlio di quest'ultimo il conte Giovanni Scinto il 27-07-1066 ebbe l'investitura di San Giovanni Incarico da Riccardo I principe normanno di Capua per la sua fedeltà dimostrata vero di loro avendo favorito al loro successo. Con il feudo presero il nome gentilizio San Giovanni che si tramandarono i vari successori con ereditarietà. Il documento originale dell'atto di donazione è conservato presso l'archivio di Montecassino e venne pubblicato parzialmente dallo Scandone ed in regesti dal Laccisotti. Come si rileva dal Pratillo padre Giacomo Erardo scrivendo di San Tommaso di Aquino tra gli elogi che gli professa, lo chiama conte di Aquino e del castello di San Giovanni. I figli di Giovanni Scinto che ereditarono il nome gentilizio di San Giovanni adottarono una politica diversa da quella del padre, tanto che furono spodestati dai loro possessi dal principe di Capua che donò tutto a Marotta moglie di Goffredo Ridello normanno che fu Conte di Pontecorvo, Duca di Gaeta e Barone di San Giovanni Incarico. I Ridello e i loro successori non tennero per lungo tempo San Giovanni Incarico.

In quel periodo nel 1138 durante il pontificato di Papa Innocenzo II, San Giovanni Incarico Isoletta e Falvaterra furono assediate e bruciate. Ma mentre il Papa era a San Germano a festeggiare la vittoria veniva di sorpresa raggiunto dai Normanni e fatto prigioniero insieme alla sua scorta di Cardinali. Successivamente venne liberato, dopo però essersi impegnato a dare l'investitura regale a Ruggero II. Nel 1169 Barone di San Giovanni Incarico troviamo Rinaldo Boccavidello del ramo della casa di Aquino figlio di Adenolfo VIII Conte di Atina. Nel 1170 si verificò un terribile terremoto che fece tuonare da solo le campane del paese senza arrecare però danni alle abitazioni. Ci fu chi disse che quei rintocchi delle campane volessero significare severo ammonimento per le popolazioni restie ad affrontare la lotta in Palestina per la difesa della Chiesa. Fu così che quando ci fu la spedizione in Terra Santa per la III crociata nel 1187, San Giovanni mandò un soldato, un altro per Rio Matrice con l'impegno di mandarne altri quattro. Le truppe capitanate da Federico Barbarossa parteciparono con 600.000 armati. Federico Barbarossa morì annegato nel 1190 nelle acque del fiume Salef in Cilicia regione storica dell'Asia minore, così la spedizione privata del suo valoroso combattente si ritirò rientrando frettolosamente in Italia.

Foto di Emilia Trovini
Palazzo Cayro, particolare con lo stemma della famiglia - Foto di Emilia Trovini

A Barbarossa successe Federico II al quale benché avesse solo 4 anni gli assegnarono subito il titolo di re di Sicilia (1198) e di Germania (1212) e fu incoronato Imperatore di Germania nel 1220.Nel 1227 per volere del Pontefice, Federico II partì per la crociata in Terra Santa, ma subito dopo rientro in patria perché colpito da pestilenza. Gregorio IX, ritenendo la malattia una simulazione, gli comminò una scomunica. L'anno seguente nel 1228 Federico II partì nuovamente per la crociata dove ottenne pieni successi. Durante la sua assenza soldati del Pontefice detti chiavisegnati ( a causa dei loro vestiti che portavano impressa sulla parte anteriore la chiave di San Pietro ) occuparono tutti i suoi stati tra cui San Giovanni Incarico che a quel tempo era difeso dal Barone Bartolomeo da Supino. Occupate le città di San Giovanni Incarico Insula Pontis Solarati e Pastena, le truppe papaline avanzarono verso Fondi ma qui trovarono una imprevista resistenza da parte delle forze di Giovanni Poli le quali contrattaccando violentemente le truppe di Gregorio IX le costrinsero ad una disastrosa ritirata fino a Ceprano. Federico II intanto dopo aver partecipato vittoriosamente alla VI Crociata in Palestina, rientrò in patria, ma qui a differenza di quanto sperava, non trovò alcuna riconoscenza da parte del papa, bensì venne dallo stesso pontefice combattuto dato che su di lui ancora pesava la scomunica. Fu così che Federico II indignato dopo essersi vendicato di alcuni suoi seguaci mosse guerra verso il Papa ma una eccezionale inondazione del Tevere attribuita al castigo di Dio, lo fermò alle porte di Roma, proprio quando la vittoria era ad un passo.

Nel 1230 i due contendenti si riconciliarono e prima di recarsi ad Anagni per ossequiare il pontefice Federico II, nella cappella di Santa Giusta (Isoletta) venne finalmente assolto da tutti i suoi peccati dal Cardinale Giovanni Di Sabina. Nel 1240 si riaccese la rivalità e Federico II diffidando sempre della correttezza delle truppe del Papa che spesso sconfinavano sul suo territorio decise di fondare una nuova città fortificata che prese il nome di Flagella detta comunemente Civita Flagella. Questo potente fortilizio sorse sulla sponda sinistra del fiume Liri e precisamente sulle alture prospicienti alla città di Ceprano e venne abitata dalla gente dei paesi vicini San Giovanni Incarico Arce Isoletta e Pastena. La città si estendeva dalle colonnelle di Santa Giusta sulle rovine dell'antica città di Fregellae fino alla Civita, a sud di Insula Pontis Solarati. Fu in questo periodo che il nome di Insula Pontis Solarati si tramutò in Isoletta, che etnologicamente sta ad indicare un piccolo gruppo isolato di case oppure opera di fortificazione circondata da acqua. Nel 1243 Federico II soggiornò per alcuni giorni nella nuova città che ebbe un'esistenza molto breve, infatti alla morte di Federico II avvenuta in Puglia il 13/12/1250 Papa Innocenzo IV fece occupare e distruggere la città di Flagella. Questo gesto irriguardoso irritò molto Corrado IV figlio di Federico II e nuovo successore al trono il quale pur non essendo sufficientemente preparato, non esitò ad impugnare le armi contro il pontefice. Nello stesso anno 1254 Corrado morì a lui successe il figlio naturale di Federico Manfredi che cercò subito di portare avanti il suo sogno cioè quello di conquistare l'intera penisola.

Foto di Emilia Trovini
Belvedere dal Monte Formale - Foto di Emilia Trovini

Ma questo suo sogno trapelato al successore di Innocenzo IV Papa Urbino IV fece correre ai ripari quest'ultimo che gli inviò contro Carlo d'Angiò, Conte di Provenza con 15.000 uomini. Manfredi provvide subito a fortificare la sponda sinistra del Liri presso Ceprano e ne affidò le difese a Riccardo D'Aquino Conte di Caserta e al Gran Connestabile Conte Giordano Lancia. Ma Riccardo Già d'accordo con Carlo d'Angiò, abbandonò la difesa lasciando via libera al nemico, capitolarono senza resistenza Arce con la sua potente Rocca e successivamente l'Abbazia di Montecassino, Pontecorvo, Aquino, S. Giovanni Incarico ed Isoletta. Il 20-02-1266 Manfredi, tradito dallo zio Conte di Maletto e da suo cognato Conte di Acerra venne sconfitto da Carlo d'Angiò e ucciso in combattimento a Gradella presso Benevento. La sua salma qui sepolta fu fatta dissotterrare dall'Arcivescovo di Cosenza Mons. Bortolomeo Pignatelli, per richiesta di Papa Clemente IV e trasportato fuori dal territorio della Chiesa. Fu così che la spoglia del valoroso Ghibellino ( definito dal Dante biondo bello e di aspetto gentile) furono gettate nel fiume Liri nei pressi del ponte di Ceprano.

Nel 1267, il giovanissimo Corradino di Svevia, sollecitato da molti notabili, con un esercito di circa di 14.000 uomini, calò in Italia per riscattare la sconfitta subita da Manfredi a Benevento. Nelle vicinanze di Arezzo piegò le forze francesi però poco dopo venendogli a mancare l'aiuto finanziario promessogli da alcuni potenti notabili, fu costretto a ridurre il numero effettivo del suo esercito che si assottigliò a 3000 uomini, fu così che con queste forze inadeguate il giovanissimo Corradino proseguì la lotta , ma inevitabilmente fu sconfitto presso i campi Palentini a Tagliacozzo il 23-08-1268. Fuggito chiese asilo nella Torre dei Frangipani in Astura (Lazio) ma il Conte Jacopo Frangipane lo consegnò a Carlo d'Angiò il quale il 29-10-1268 lo fece decapitare su un palco, appositamente eretto in Piazza del Mercato a Napoli. Lo sfortunato combattente aveva appena 16 anni e la sua sventurata morte suscitò enorme emozione, alla sua memoria Aleardo Aleardi gli dedicò alcuni commoventi versi. A Carlo d'Angiò successe nel 1282 il figlio Carlo II il quale nel 1289 riconosce in Riccardo da Montenegro i diritti su Arpino Fontana, S. Giovanni Incarico, Ambrifi, Roccaguglielma, Ripa di Limosano, Terrazzano e Montesano grazie ad una convenzione stipulata tra Carlo d'Angiò e la Chiesa Romana e concede ai figli del Riccardo in feudo nobile le due baronie di S. Giovanni Incarico e Roccaguglielma. Nel 1296 troviamo come Barone di S. Giovanni Incarico Bernardo Caracciolo fedele consigliere e cameriere di Carlo II. A Carlo II morto nel 1309 successe Roberto d'Angiò, a quest'ultimo nel 1343 successe Giovanna I che morì uccisa nel 1382 da Carlo da Durazzo. In questo periodo troviamo la Baronia S. Giovanni Incarico tra il 1340 ed il 1370 in possesso di Isabella De Apia, figlia di Giovanni De Apia amico di Carlo d'Angiò.

Nel 1376 troviamo Barone di S. Giovanni Incarico Nicolò Spinello de Juvenacis figlio di Giovanni Spinello Gran Cancelliere del Regno. La baronia di S. Giovanni Incarico all'epoca doveva estendersi molto e comprendere anche Pico, Castrocielo, Ambrifi, Palazzuolo e Pescosolido. Trovandosi sul trono di Napoli Carlo III di Durazzo, Nicolò Spinello amico di Giovanna I, pensò bene di andarsene fuggendo a Milano presso Gian Galeazzo Visconti. Questa sua assenza fece si, che la Baronia di S. Giovanni Incarico passò nelle mani di Francesco, Conte di Aquino e di Loreto. A Carlo III successe il figlio Ladislao che avendo solo 10 anni, stette sotto la reggenza sua madre Margherita. Nel 1388 la Regina Margherita vistasi poco sicura nella città di Napoli, si ritirò a Gaeta, dove riunì in parlamento tutti i suoi fedeli baroni per decidere le sorti del Regno. Fu in questa occasione che diede al maresciallo Domenico Ruffalo di Siena, la Baronia di S. Giovanni Incarico con annesso il territorio di Isoletta. Domenico Ruffalo secondo quanto afferma Costanzo nella " Storia di Napoli", fu ucciso da Paolo Celano, avendolo sorpreso in intimità con una propria zia, che il Ruffalo aveva rapito e fatta sua, dopo aver scalato il Castello di casa Celano sito in Isoletta. Alla morte del Ruffalo avvenuta per ordine di Ladislao la Baronia di S. Giovanni Incarico con i territori annessi furono ereditati dai figli Luca e Belforte Spinello. Quest'ultimo divenne ricchissimo, datosi al sacerdozio, cumulò le rendite del suo Vescovado di Cassano con quelle lasciategli dal padre e donò al fratello Luca tutto quanto gli spettava facendolo diventare un signore molto potente.

Foto di Enzo Sorci
La Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, patrono del paese - Foto di Enzo Sorci

Troviamo che attorno al 1393, epoca della morte del padre era signore di S. Giovanni Incarico e Roccaguglielma. Alla morte di Luca Spinello il successore fu il figlio Antonio che mantenne San Giovanni Incarico Roccaguglielma ed Isoletta, mentre le terre di Castrocielo e Pescosolido come ho descritto precedentemente appartenevano a Francesco D'Aquino. Questo fatto fu causa di contesa tra i due signori, dalla quale ne approfittò l'abbate di Montecassino che si impossessò di Castrocielo. Ma Giovanna II sorella di Ladislao, successe a quest'ultimo nel 1414 volle che alla famiglia Spinello gli fosse ridato il possesso di Castrocielo e Pescosolido, in cambio della fedeltà dimostrata nella contesa contro gli Angioini. Antonio Spinello che patteggiò sempre con gli Angioini, anche alla morte di Giovanna II nel 1435 si schierò con questi ultimi con a capo Renato D'Angiò contro il Re Aragonese e di Sicilia Alfonso il Magnanimo, questo gli fece perdere il possesso di San Giovanni Incarico e Roccaguglielma che furono conquistate dalle truppe Aragonesi comandate da Napoleone Orsini. I figli di Antonio Spinello Fabrizio e Nicolò furono fatti prigionieri e le baronie di San Giovanni Incarico e Roccaguglielma restarono nelle mani degli Orsini intanto ad Alfonso I d'Aragona era succeduto nel 1458 Ferdinando I che dopo dolorose vicende si rappacificò con i ribelli, ed in cambio di amicizia ridonò a Fabrizio Spinello le terre che gli erano state tolte tra cui San Giovanni Incarico. Lo stesso Ferdinando I ammise quest'ultimo nel reale consiglio esentandolo dal pagamento dei tributi fiscali. Però in occasione della calata di Carlo VIII in Italia, lo stesso Fabrizio Spinello patteggiò con questo contro il successore del trono di Napoli il Re Ferdinando II detto il buono).
Quest'ultimo dopo aver scacciato i soldati francesi riconquistò il regno di Napoli e punì Fabrizio con la confisca di tutti i suoi beni vendendogli a Michele D'Afflitto suo consigliere e tesoriere.

Foto di Stefano Strani
Una cappella laterale della Parrocchia di San Giovanni Battista - Foto di Stefano Strani

Però la vendita trova l'opposizione di Lancellotto Agnese, maggior domo maggiore di Re Carlo e parente di Fabrizio Spinello, che riuscì a riottenere le due baronie. Nel 1465 in seguito al matrimonio tra Leonardo Della Rovere, nipote del Papa Sisto IV, e la figlia bastarda di Re Ferdinando I D'Aragona, questa portò in dote allo sposo il Ducato di Sora, la contea di Arce e le baronie di San Giovanni Incarico Roccaguglielma, Pico, Ambrifi ed Isoletta. Lo stesso Della Rovere per meglio difendere le sue terre fece costruire un grande castello ad Isoletta presso il fiume Liri sulla strada che unisce San Giovanni Incarico ad Isoletta. Nel 1475 morto Leonardo senza lasciare eredi, il Re per far cosa gradita al Pontefice confermò Giovanni Della Rovere suo nipote a capo di questi territori. Giovanni Della Rovere morì nel 1501, lasciando il figlio Francesco Maria di 11 anni sotto la tutela degli zii Giuliano e Guidobaldo e della madre. Nel 1503 al Papa Giulio II della Rovere successe Leone X De Medici, questo per ingrandire la sua famiglia pensò di impossessarsi dei beni di Francesco Maria con il pretesto che i Della Rovere avevano patteggiato con i francesi, quindi fece si che il Re di Germania sequestrasse ai Della Rovere i territori che possedevano tra cui la baronia di San Giovanni Incarico, che passarono a Guglielmo de Groy Marchese D'Arescoth e conte di Beaumont , cameriere di Carlo V Re di Spagna e Imperatore di Germania.

Data l'importanza di queste terre in virtù della loro posizione strategica, essendo sulla strada di Gaeta alle porte del Regno di Napoli, Carlo V pregò Filippo De Groy, che ne aveva ereditato il possesso da suo padre Guglielmo, a restituirle al Regio Demanio. Sembrava che le sorti delle due baronie fosse per sempre decisa, ma non fu così. In occasione del matrimonio tra Margherita D'Austria ed Ottavio Farnese figlio di Pier Luigi nipote di Papa Paolo III (Alessandro Farnese), concessero le due baronie come dote. Nel 1547 il padre di Ottavio fu assassinato, ed il figlio ereditò le due baronie più il Ducato di Parma e Piacenza. Nel 1551 Ottavio Farnese per aver fatto un alleanza con Enrico II di Francia gli furono tolti da parte dell'Imperatore Carlo V tutti i possedimenti e San Giovanni Incarico fu ceduta a Gian Battista Del Monte nipote di Giulio III di casa Del Monte che fu Papa dal 1550 al 1555. Nel1556 il successore di Carlo V Filippo II suo figlio per mantenersi l'amicizia di Ottavio Farnese ed un eventuale appoggio nella lotta contro il Papa ed il Re di Francia, gli fece restituire le terre che gli erano state tolte dal padre.

Foto di Gerardo Forti
Il Santuario Madonna Santissima della Guardia, compatrona di San Giovanni Incarico  - Foto di Gerardo Forti

Il santuario di Nostra Signora della Guardia, conosciuto semplicemente come santuario della Madonna della Guardia, è una chiesetta situata sul monte San Maurizio a
San Giovanni Incarico.
Il complesso è stato restaurato ed ampliato nel 1824 ad opera dell'allora prefetto di Napoli, come ricorda una lapide posta all'esterno della stessa Chiesa. Il paese all'epoca infatti faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Sul sito un tempo sorgeva un'antica chiesetta dedicata a San Maurizio le cui prime notizie documentate risalgono al 1043; in seguito l'edificio religioso fu abbandonato e vi venne stabilito un posto di vedetta, in particolar modo per scongiurare il territorio dalle scorribande dei saraceni. Fu molto probabilmente in questo periodo che sulla chiesetta venne portata una statua della Madonna, da qui il titolo "della Guardia" affinche' protegesse il territorio. Gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale il santuario venne restaurato nel 1948.

Nel 1586 morirono sia Margherita D'Austria che Ottavio Farnese, la prima lasciando un buon ricordo di se, sia nei possedimenti italiani, sia nei Paesi Bassi dove governava. Suo erede, fu il figlio Alessandro, a lui Filippo II Re di Spagna affidò nelle Fiandre compiti di eccezionale portata. A lui successe suo figlio Ranuccio I fino al 1622. Le due baronie di San Giovanni Incarico e Roccaguglielma erano passate al Duca di Parma e Piacenza Odoardo Farnese, però questo come i suoi predecessori nella guerra tra Spagna e Francia si schierò con questi ultimi, costringendo Filippo IV di Spagna a togliergli i possedimenti che aveva nel Regno tra cui San Giovanni Incarico. Queste terre furono messe in vendita con decreto della Regia Camera 11-02-1636. Le due baronie furono stimate 98359 ducati, 9 carlini, 2 grana. Il 12-04-1636 con decreto del Regio Collatelare Consiglio furono concesse al Re di Polonia per 85000 ducati. La Regia Corte decise anche di togliere il sequestro dei beni che Odoardo Farnese aveva sui possedimenti nel Regno di Napoli. Odoardo cercò di farsi restituire i suoi beni che gli erano stati confiscati da Filippo IV dopo tante dispute gli agenti del Farnese d’accordo con il Re di polonia decisero di vendere le terre di Nola e Guardiagrele e con il ricavato della vendita riscattare San Giovanni Incarico Roccaguglielma e Pico. La vendita fruttò 95440 ducati ma il riscatto delle baronie non ebbe luogo. Nel 1646 Odoardo Farnese morì, a lui successe il figlio Ranuccio II che non smise mai di insistere perché venisse la sua casa in possesso delle baronie di San Giovanni Incarico Roccagulielma e Pico ma a questo progetto ci fu sempre la negazione della casa di Polonia. Il Regno di Napoli in quel periodo passava tristi giorni oppresso dal governo spagnolo.

Le alte cariche dello stato erano ricoperte dagli stessi spagnoli ed enormi erano le imposizioni che gravavano sulla popolazione, i viceré e i governatori avevano potere assoluto e condannavano al carcere tutti quelli che non vedevano di buon occhio, la giustizia era corrotta le campagne erano infestate da briganti. Il malcontento regnava tra la gente, stanca di questi soprusi; dal malcontento alla sollevazione il passo fu breve e nel 1647 prima Palermo e poi Napoli insorsero. A capo della sommossa a Napoli ci fu un certo Tommaso Aniello (1620-1647)detto Masaniello di professione pescivendolo, con il vizio del contrabbando. Egli in poco tempo si trovò ad essere l'arbitro di Napoli ed il vero padrone della città, aiutato anche da personaggi della borghesia napoletana tra cui l'abate Giulio Genoino, che si servirono di lui per ottenere l'appoggio del popolo. Lo stesso viceré il Conte D'Arcos lo riconobbe capitano generale della città. Però questa sua rapida ascesa verso gli onori delle cronache, turbò la mente del povero Masaniello, che iniziò a condurre una vita agiata, piena di vizi, facendo si che le persone che l'avevano aiutato a raggiungere il potere lo presero in odio, fino a trucidarlo nel luglio del 1647. La sua morte contribuì a fare di lui l'emblema del difensore della libertà napoletana. Da Napoli la sommossa si propagò presto, verso le province.

Foto di Stefano Strani
L'ingresso del Santuario  - Foto di Stefano Strani

Anche San Giovanni Incarico ebbe il suo eroe, un certo Domenico D'Aloysio o Colessa, soprannominato Papone, che da Caprile suo paese di origine era venuto a San Giovanni Incarico come guardiano di mandrie. Da semplice pastore fu capace di costruire un vero e proprio esercito fino a diventare generale della Serenissima Repubblica della città di Napoli con 8.000 uomini alle sue dipendenze. Egli con i suoi uomini conquistò Sora, Teano ed altre terre, tenendo in apprensione il governo spagnolo che cercò in tutti i modi di contattarlo per cercare di arrivare a compromesso. Ma lo stesso Papone forte del suo esercito e rafforzato dalle sue idee rifiutò ogni accordo e si spinse verso l'assedio di Sessa. Da questa battaglia ne uscì sconfitto decretando la fine dello stesso Papone. Fu così , che i paesi che si erano ribellati al governo spagnolo si trovarono a vivere momenti difficili, che ad aggravarli contribuì il terremoto del 23-07-1654 che provocò gravi danni a San Giovanni Incarico ed ai suoi abitanti. A Ranuccio II figlio di Odoardo Farnese successe il figlio Francesco che seguendo le orme del padre, cercò in tutti i modi di rientrare in possesso della baronia di San Giovanni Incarico chiedendola direttamente a Carlo IV di Napoli. In quel periodo troviamo usufruttuaria della baronia, Anna di Baviera. Nel novembre del 1700 morì Carlo II di Spagna senza lasciare eredi. Questo fatto scatenò la terribile guerra di successione spagnola durata dal 1707 al 1734, che finì con i trattati di Utrecht (1713), Rastatt e di Baden (1714) che portarono alla fine della dominazione spagnola in Italia. La Sicilia fu assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, che prese il titolo di Re. L'Austria ebbe il ducato di Milano, il Regno di Napoli, la Sardegna ed il Ducato di Mantova. In questi anni si ingaggiò una lotta tra la casa Farnese ed i nuovi insediati austriaci, infatti morto Francesco continuò Antonio Farnese a richiedere il possesso della baronia di San Giovanni Incarico.        

I Borbone ed il brigantaggio

Alla morte di Antonio il cognato Carlo III di Borbone (1716-1788), figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, messosi a capo di un esercito ben assortito avanzò verso la conquista del Regno di Napoli, che avvenne nel 1734 e del cui Regno fu Re dal 1734 al 1759 con il nome di Carlo V.
In quel periodo entrò in possesso della baronia di San Giovanni Incarico, che insieme ad altri possedimenti tenuti dai Farnese, assunse il nome di Stato Farnesiano. Nel 1759, quando salì sul trono di Spagna, lasciò i possedimenti italiani al suo terzo figlio Ferdinando I di Borbone (1751-1825), che prese il nome di Re di Napoli con il nome di Ferdinando IV (1759-1806) (1815-1825). Salito al trono ad appena otto anni governò per altrettanti anni sotto la reggenza del ministro Bernardo Tanucci. Nel 1768 sposò la figlia di Maria Teresa d'Austria, Maria Carolina, che esercitò un'influenza notevole su di lui, tanto da spingerlo a distaccarsi politicamente dalla Spagna per riavvicinarlo prima all'Austria ed in seguito alla Gran Bretagna. Lo stesso Ferdinando I fece costruire a sue spese nell'attuale piazza Borsellino Falcone la Fontana Borbonica come attesta la lapide impressa sulla facciata che ricorda Ferdinando IV quale Re di Napoli.

Inizialmente la fontana era esposta a Sud Ovest, fu poi spostata più tardi precisamente nel 1953 nella posizione attuale , inoltre fece piantare quattro platani al centro dell'attuale piazza Regina Margherita, questi alberi diventarono nel dopo guerra un'attrazione per tutti i visitatori che arrivavano nel nostro paese, oltre che un punto di incontro per tutti i cittadini Sangiovannesi. I platani avevano raggiunto dimensioni gigantesche, ricordo ancora oggi che ci volevano sette bambini con braccia allargate per cingerlo tutto intorno, però come tutte le cose belle arrivò la fine anche per questi alberi, infatti nel 1973 gli amministratori del tempo giudicandogli pericolosi per pubblica incolumità decisero di tagliarli nonostante il parere contrario della totalità dei cittadini di San Giovanni Incarico. Alla morte di Ferdinando I avvenuta il 4-1-1825 gli successe il figlio Francesco I che purtroppo decedeva subito, dopo cinque anni di regno, nel novembre 1830.

A lui successe il figlio Ferdinando II (1810-1859), uomo di carattere fondamentalmente tirannico, esteriormente appariva molto buono di spirito partenopeo, doti queste che attiravano su di se le simpatie della gente. Di tali qualità egli si serviva per sedurre con inganno, fu soprannominato Re bomba dopo che il 15 maggio 1848 aveva fatto bombardare Napoli per reprimere un'insurrezione e per lo spietato bombardamento di Messina avvenuto il 7 settembre dello stesso anno. Dal Gladstone fu definito "negazione di Dio" per le ignobili persecuzioni contro i liberali. Oltre all'appellativo di Re bomba gli fu affibbiato anche quello di Re burlone, per il fatto che spesso in preda ad euforia, dimenticava il suo alto rango e si abbandonava a linguaggi poco consoni alla sua persona. Per sua volontà per migliorare i collegamenti a nord del suo regno nel 1856 fece costruire a spese dello stato la strada che congiungeva Sora a Gaeta, con il grandioso ponte sul fiume Liri con i cinque archi contrassegnati da quattro gigli, stemma di Casa Borbone. La strada fu chiamata Civita Farnese per il santuario della Madonna della Civita dove la strada passava. Per sua volontà nel 1859 fu fatta costruire presso questa strada in località capomazza una fontana per il ristoro delle persone e degli animali, la stessa fontana fu poi divisa e spostata successivamente presso l'attuale viale rimembranza dove oggi si può ammirare. 
 

Foto di Ferdinando Potenti
Nell'anno 2015 è stato celebrato presso il Santuario un Giubileo Straordinario, in occasione del "millenario" di fondazione. Secondo alcune ricerche infatti, già da poco dopo l'anno mille si hanno notizie di un luogo di culto sul monte che sovrasta San Giovanni Incarico. Inoltre è stato scelto l'anno 2015 anche in ricordo della solenne incoronazione della statua della Madonna avvenuta nel 1915 . La solenne celebrazione di apertura della Porta Santa, presieduta dal Vescovo della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, Sua Ecc.za Mons. Gerardo Antonazzo, ha visto la partecipazione di migliaia di persone, provenienti anche dai paesi limitrofi e non solo. Inoltre a Settembre, per la cerimonia conclusiva del Giubileo Straordinario, il Santuario ha ricevuto la visita del Card. Angelo Bagnasco, presidente della C.E.I. nonché arcivescovo di Genova. A Genova infatti è presente uno dei più grandi e famosi santuari dedicati a Maria SS.ma della Guardia, con il quale il santuario di San Giovanni Incarico è gemellato. Il Santuario gode altresì il privilegio di essere aggregato all'Arcibasilica Papale di San Giovanni in Laterano, motivo per cui gode delle stesse indulgenze e privilegi concessi alla Basilica Lateranense - Foto di Ferdinando Potenti

Al Re Ferdinando II morto nel 1859 successe il figlio Francesco II detto Franceschiello di carattere molto debole e timoroso non seppe mai prendere una decisione consona a periodo burrascoso in cui regnò. Nel frattempo l'impresa garibaldina avanzava vittoriosamente, trovando adesioni anche negli ambienti militari borbonici, il giovane Franceschiello poco esperto militarmente fu subito vinto e costretto a rifugiarsi prima nella fortezza di Capua e Gaeta e poi definitivamente in Austria. Con l'occupazione di Messina avvenuta il 13 febbraio 1861 cessò lo stato Borbonico delle Due Sicilie ed il territorio venne annesso al nuovo stato italiano sotto il regno di Vittorio Emanuele II di Savoia detto re galantuomo. Alcuni seguaci borbonici non rassegnati alla sconfitta cercarono di riorganizzarsi mettendo su quello che era rimasto dell'esercito di Franceschiello e tentarono una insurrezione che sfociò con alcuni gesti di brigantaggio, compiuti principalmente da una banda di canaglie, comandata dal famigerato Luigi Alonzi, detto Chiavone, soldato dell'esercito borbonico oltre che Guardaboschi del comune di Sora. Quest'ultimo si fece chiamare generalissimo dell'esercito borbonico. Uomo rozzo e prepotente, ambizioso ed avido di denaro terrorizzo in quegli anni le popolazioni del basso Lazio costringendole a vivere serrate in casa con la paura di essere derubate. Il suo esercito formato soprattutto da ex galeotti fece razzie nelle nostre zone. Il 5-05-1861 questa banda assalì il paese di Monticelli trucidò il Sindaco, incendiò alcune case e proclamo nel paese la restaurazione del governo borbonico, ma il sopraggiungere dell'esercito italiano da Fondi e Gaeta costrinse la banda e lo stesso Chiavone a disperdersi sulle nostre montagne.

Nel novembre del 1861 questa banda dopo aver terrorizzato il vicino paese di Isoletta assalì il castello medioevale presidiato in quel momento da soli 18 uomini comandati dal sergente Cobelli Eracliano. Quest'ultimo riuniti tutti i soldati tentò una coraggiosa resistenza, fino a che l'esercito di briganti formato da circa 450 uomini, scassinando le porte e le finestre entrarono all'interno del castello occupando l'intero edificio. Fu a questo punto che il sergente ordinò la ritirata passando tra le file dei briganti, facendosi largo con le baionette. Morirono 8 soldati tra cui il soldato Bartolomeo Casella di Pallanza da poco arrivato presso il 43° regimento in difesa del castello. Costui poteva salvarsi con i suoi compagni ma vedendo una bandiera tricolore che sventolava su una casa vicina per salvarla cercò di staccarla ma una raffica di colpi di fucile lo lasciò inerme steso in terra con la bandiera sul corpo. Con la stessa bandiera la sua salma fu sepolta dai propri compagni nella chiesa di Isoletta. Il sergente Cobelli Eracliano fu decorato con la medaglia d'oro al valore militare. Trovato facile successo la banda dei briganti si diresse verso San Giovanni Incarico ed aiutate dal bandito del luogo il malvagio Coccitto assediò il paese.
 

Foto di Franco Olivetti
Altare e croce all'aperto, vicino al santuario Madonna della Guardia - Foto di Franco Olivetti
 

Ma durante le ore di terrore i militari che erano fuggiti dal castello di Isoletta seppero chiedere aiuto all'esercito italiano che sopraggiunse da Pico con una intera compagnia del 43° Reggimento di Fanteria comandati dal Capitano Cesare Gamberini che ebbe il sopravvento sui briganti uccidendone 57. Oltre gli 8 soldati quel giorno il 43° reggimento dovette contarne un altro più 4 feriti. Lo stesso Capitano Gamberini fu decorato della Croce di Cavaliere di Savoia ed il comune di San Giovanni Incarico, di cui era Sindaco Baldassarre Tasciotti, lo nominò cittadino onorario. Durante l'incursione dei briganti furono assalite e saccheggiate diverse abitazioni. Anche l'alloggio del farmacista Ottavio Tasciotti fu derubato, ma qui accadde un episodio insolito, un gruppo di otto briganti comandati da un certo Antonio Perna di Castelliri ma abitante ad Isoletta mentre si accingeva a ricevere il denaro, riconosceva la moglie del Tasciotti la signora Maria Amelia Maenza, generosa benefattrice dei suoi familiari residenti a Castelliri e coloni della stessa famiglia. Il fuorilegge pentitosi di quanto stava per fare, si inchinò chiedendo scusa e perdono alla padrona, prendendo la via per la fuga.

Del gruppo di briganti che assalirono il castello di Isoletta l’undici novembre 1861 e si diressero verso San Giovanni Incarico fece parte un nobile belga di Namur, un certo marchese Alfredo di Trazégnies. Capitano nell’esercito belga si arruolò con la banda Chiavone con lo stesso grado di capitano. Uomo di trent’anni di bella e distinta presenza, di maniere disinvolte e nobili, alto, pallido con capelli e barba nera vestiva elegantemente con costumi da caccia, era armato di revolver,di un magnifico pugnale e una carabina dell’esercito italiano. Giunse a Roma i primi di ottobre del 1861 raccomandato all’Abate Bryan, ed il giorno 7 novembre partì per propria volontà da Roma per unirsi alla banda del brigante Chiavone. Nell’interrogatorio che subì prima di morire, raccontò i motivi della sua partenza da Bruxelles in questa occasione scrisse un biglietto nel quale dichiarava la sua parentela con la contessa Di Montalto, moglie dell’ambasciatore del Re d’Italia Vittorio Emanuele II presso la corte dei Re dei belgi. Nel suo portafoglio si rinvennero delle note letterarie e scientifiche scritte di propria mano, molti recapiti di persone note, alcune lettere di creditori di Bruxelles, una lettera affettuosa e malinconica di sua sorella Erminia, una ciocca di capelli, ed il ritratto di una bella nobile e distintissima signora.

Sempre dalle carte ritrovate risultava che egli aveva servito ottimamente l’esercito belga. Sembra che l’unica disgrazia di quest’uomo fosse l’essersi dedicato in gioventù al gioco d’azzardo e alle belle donne che gli avevano compromesso parte del patrimonio personale. Del resto grande letterato pittore poeta, i suoi versi ed i suoi scritti testimoniavano l’impronta di un anima leale e gentile. Qualcuno affermò che Trazégnies fosse stato ingannato da alcuni preti di Roma e da un suo parente altolocato il quale con false promesse lo aveva indotto a recarsi sulla frontiera pontificia.

Una volta arrivato a d Isoletta e compiuto l’eccidio del castello si diresse verso San Giovanni Incarico dove cominciò ad incitare il popolo verso la lotta, l’incendio e lo sterminio cose che sicuramente non facevano parte dell’animo di quest’uomo ma trovandosi immischiato con quell’orda assassina si lasciò trasportare facilmente dagli eventi. A San Giovanni Incarico egli si rifugiò nella casa di Felice Fiore cercando di convincere quest’ultimo a non denunciarlo e a non farlo consegnare alla guardia nazionale in cambio lui gli avrebbe offerto una somma in denaro. Ma gli inquilini dell’alloggio non fidandosi del fuorilegge lo fecero catturare e siccome venne trovato con le armi impugnate venne ucciso all’istante insieme con altri tre briganti dal militare Scipione Fabrizio. Quel giorno a San Giovanni Incarico ne furono ammazzati complessivamente 57.

Quindici giorni dopo la sua morte venne a San Giovanni Incarico una delegazione francese, composta dal maggiore Grégoire che comandava le truppe francesi distaccate a Frosinone, dal capitano Bauzil comandante a Ceprano e dall’Abate Bryan, per assistere all’esumazione e prendere il cadavere del Traségnies, che doveva essere restituito alla propria famiglia in Belgio.
Quando fu scoperta la fossa e riconosciuto il cadavere del marchese, l’Abate Bryan rimase molto Dispiaciuto, nel vedere che la salma era stata sepolta insieme ad altre tre persone (briganti).Il capitano italiano che aveva fucilato il Trazégnies e assisteva come testimone alla esumazione, rispose all’Abate, che meglio non lo si poteva onorare, dato che lo avevano accomunato agli amici che aveva di sua volontà scelto.

Foto di Ferdinando Potenti
Interno del santuario - Il santuario si presenta con una pianta a croce latina. L'altare maggiore è sormontato dalla nicchia che abitualmente conserva la statua della Vergine, caratterizzata, come da tradizione spagnola, da vestiti di stoffa e capelli reali, nonché da gioielli, che nel corso del tempo i devoti le hanno donato. Nella cappella di destra è presente anche una piccola statua della Madonna di Loreto. Alle spalle del santuario, vi è quella che un tempo era l'abitazione del custode, oggi adibita a sede della Pia Congregazione della Vergine S.S. della Guardia - Foto di Ferdinando Potenti

L’Abate aggiunse che conoscendolo bene, poteva solo parlare bene del marchese, che era stato un buon cristiano meritevole di ogni rispetto, al che il capitano rispose: Io non credo che la religione cristiana insegna ad uccidere gli innocenti, a bruciare e saccheggiare città. Il cadavere fu messo in una bara, furono compilati i verbali e pagate le spese al municipio. Grande opposizione a questa delegazione fu fatta dal maggiore Salvini, che rappresentava l’autorità Regia sul posto, al quale chiedevano la cancellazione sui documenti dell’appellativo di brigante. Il feretro partì in direzione di Ceprano destinazione Namur, paese di nascita del marchese in Belgio. Con la morte del Chiavone, fatto fucilare si dice dal suo antagonista Tristany, ebbero fine gli eccidi, i ricatti e le persecuzioni che la banda era solita mettere in atto soprattutto al calare della sera. Il 25-02-1863 fu inaugurata la stazione ferroviaria di S. Giovanni Incarico-Isoletta al 113 Km da Roma, il primo treno partì da Roma alle ore 6,ed arrivò nella nostra stazione alle ore 12.10, proseguì per Napoli per arrivare alle ore 19.50 con un ritardo di 1°26' di ritardo sull'orario preventivato. La stazione visse anni di fervore soprattutto quando nel nostro paese si scoprì un importante giacimento petrolifero intorno al 1872. Qui veniva caricato su vagoni cisterna e spedito nel vasto territorio italiano per la distribuzione.

Foto di Gerardo Forti
La Vergine Santissima della Guardia - Foto di Gerardo Forti

Questa stazione oggi non è più visibile, in quanto nel novembre 2000 è stata distrutta per far posto alla nuova ferrovia per il treno alta velocità, che dovrebbe far raggiungere le città di Roma e Napoli in 1h e 30min. L'attuale stazione è stata ricostruita di fronte alla vecchia. Ritornando a parlare del giacimento petrolifero si sa per certo che il primo pozzo in cui si rinvenne grande quantità di greggio, fu scavato il 5-9-1872 dalla società italiana miniera petrolifera Terra di Lavoro, nell'attuale contrada che oggi prende il nome di via petrolio. Questo avvenimento fu descritto dal sacerdote, scrittore nonché illustre geologo Antonio Stoppani nel suo notissimo libro " Il bel Paese ."Il 12-9-1877 il Direttore tecnico della società, aveva fatto scavare fino ad una profondità di 40 mt. Il petrolio ribolliva dalle viscere della terra emanando un grosso rumore dal fondo. D'un tratto il petrolio cominciò ad uscire fino a raggiungere 4 mt di altezza, il flusso era continuo e la quantità di petrolio sempre più consistente.

Grande fu la soddisfazione di tutti coloro che vi lavoravano, il petrolio veniva estratto convogliato in condotte fino a raggiungere la vicina stazione. Ma il 15-08-1877 accadde un episodio alquanto sconcertante, per manifesta volontà dei lavoratori si volle rispettare il giorno di festa di ferragosto, quindi si decise di tappare con grossi tronchi i buchi dei pozzi per evitare che il petrolio fuoriuscisse. Questo gesto tanto impulsivo, quanto sconsiderato ebbe delle ripercussioni molto negative, che portarono alla scomparsa del greggio da questi pozzi. Vari tentativi furono fatti successivamente per portare alla luce quell'enorme quantità di petrolio che precedentemente sgorgava, ma malgrado vennero scavati trentacinque pozzi, le cose non migliorarono molto. Non venendo estratta una grandissima quantità di greggio e non essendo competitivi a livello economico con gli altri paesi produttori si decise nel dopo guerra di chiudere definitivamente la miniera. In una foto dell'epoca è possibile ammirare i numerosi pozzi sparsi nella campagna tra le attuali vie Piloni e via Petrolio.
Testo: Comune di San Giovanni Incarico
 

Il lago di Isoletta, la fauna, la flora e la Riserva naturale ‘Antiche città di Fregellae e Fabrateria Nova’ 

Foto di Ferdinando Potenti
Il Lago di  San Giovanni Incarico - Foto di Ferdinando Potenti

Cenni storici

Il fiume Liri si unisce, all’altezza dell’abitato di Isoletta d’Arce, con il fiume Sacco per proseguire poi verso Sud-Est.
Nel 1925, lungo il fiume, precisamente nel territorio di San Giovanni Incarico, venne praticato uno sbarramento artificiale, con la costruzione di una centrale idroelettrica, dando origine all’attuale lago.
In seguito alla costruzione della diga, le acque sono salite di livello fino al piano dei terreni coltivati, e, rallentando il loro corso, hanno determinato un notevole cambiamento delle caratteristiche ambientali formando un vero e proprio AMBIENTE PALUSTRE.

Foto di Enzo Sorci
In questa immagine si vede lo sbarramento artificiale sul fiume Liri, realizzato nel 1925, che ha dato origine al lago di San Giovanni Incarico - Foto di Enzo Sorci

Le sponde non più soggette all’erosione dell’acqua hanno permesso la crescita di un’abbondante vegetazione igrofitta e di conseguenza si sono sviluppate intorno al lago altre forme di vita.
Il particolare ambiente che si è venuto a delineare permette di accogliere una ricca avifauna stanziale e migratoria.

La fauna

La fauna che si muove intorno all’ambiente lacustre è varia e numerosa; mentre il livello variabile delle acque influisce molto sulla presenza di alcune specie di uccelli anzichè di altre.

Foto di Franco Carnevale
Una bella immagine del lago di San Giovanni Incarico - Foto di Franco Carnevale

Uccelli
Le rive esterne durante le piogge stagionali diventano dei veri e propri acquitrini in cui sostano: l’airone cenerino (Ardea cinerea), la garzetta (Limosa limosa), il beccaccino (Gallinago gallinago), i corrieri, il mignattaio (Legadis falcinellus), il piro piro, la pettegola (Tringa totanus) e durante il passo la marzaiola (Anas querquedula).
Il canneto e le zone d’acqua bassa sono frequentati da: il tarabusino (Ixobricus minutus), il tarabuso (Botaurus stellaris), l’ airone rosso (Ardea purpurea), la sgarza ciuffetta (Ardea himantopus), il combattente (Philomacus pugnax), il cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), l’avocetta (Recurvirostra avosetta), il mestolone (Anas clypeata), il fischione (Anas penelope), l’alzavola (Anas crecca), il totano moro (Tringa erythropus), la pantana (Tringa nebularia), il nibbio bruno (Miluus migrans), il falco di palude (Circus aeruginosus).
Fra le specie che frequentano le zone aperte ci sono il germano reale (Anas plathyrhynchos), la canapiglia (Anas strepera), il codone (Anas acuta) e altre anitre da tuffo: il moriglione (Aythya ferina), e la moretta (Aythya nycora).
Nella zona umida si trovano alcune rarità: L’airone bianco maggiore (Egretta Alba), la cicogna bianca (Ciconia ciconia), la volpoca (Tadorna tadorna), il falco pescatore (Pandion haliaetus); infine tra le specie che frequentano la zona di macchia e dei campi coltivati ci sono: il fagiano (Fasianus colchicus), la pavoncella (Vanellus vanellus), la tortora (Streptopelia turtur), la garza (Pica pica), la cornacchia grigia (Curvus corone cornix) e l’upupa (Upupa epops).

Foto di Franco Carnevale
Foto di Franco Carnevale

Mammiferi
Nelle zone arbustive si trovano alcuni anustelidi come la donnola (Mustela vivalis), il tasso (Meles meles), la faina (Martes foina). Comuni la volpe (Vulpes vulpes) e il riccio (Erinaceus europaeus).
PESCI
Nelle acque del lago sono presenti: la carpa (Cyprinus carpio), la tinca (Tinca tinca), il cavedano (Leuciscus cephalus) e il persico sole (Leponis gibbosus).
RETTILI
Nelle zone cespugliose e di macchia sono frequenti le lucertole, il ramarro e alcuni serpenti innocui come il biocco (Coluber viridiflavus) e il saettone (Elaphe longissima). Rara è la vipera (Vipera Aspis), mentre nell’ambiente palustre vive la natrice del collare (Natrix natrix).

La flora

Le zone umide in genere sono habitat legati alla presenza delle acque superficiali e il fattore comune è la presenza di acque almeno in parte stagnanti, quindi la vegetazione delle rive può essere molto varia, da quella di tipo decisamente arboreo, come su gran parte di questo lago, a quella propriamente palustre come canne (Pragmintes communis) e Thype (Thypeae minima).

Tutto il bacino lacustre, lungo il suo perimetro, è caratterizzato dalla presenza di alberi di alto fusto, per lo più specie la cui ubicazione è da attribuire essenzialmente alla tenuta degli argini, come: le robinie (Robinia pseudoacacia L.), le roverelle (Quercus pubescens Willd.), il rovere (Quercus petrea Mitt.), i salici ( Salix alba L.) e i pioppi (populus nigra).

La vegetazione arborea è molto rappresentata e passando attraverso i vari ambienti è possibile incontrare sia le Pteridofite che le Fanerogame.

Foto di Fabrizio Monti
Il lago circondato dalla vegetazione tipica degli ambienti palustri - Foto di Fabrizio Monti

Il terreno che lambisce le rive è ricco di Equiseti (Equisetum maximum L.), Polipodiaceae (polypodium vulgaris) e Felce maschio (Dryopeteris filix mas.). Ma la parte del leone la fanno le Fanenerogame (le piante fornite di fiori), di cui una buona parte è da annoverare in quella particolare categoria di piante considerate medicinali: borragine (borrago officinalis L.), asparago (Asparagus officinalis L.) senape nera (Brassiga nigra L. – Koch – ), pungitopo (Ruscus aculeatus L.), agrimonia (Agrimonia euparatoria L.), ginestra dei carbonai (Citisus scoparius L.), rosolaccio (Papaver rhoeas L.), rosa canina (Rosa canina L.), menta acquatica (Menta acquatica L.), canapa acquatica (Eupatorium cannabimum L..), cardo mariano (Sylibum marianum L. Gaeter), timo comune (Thymus vulgaris L.) e tarassoco (Taraxacum officinalis L.).
Importante è la visione, durante il periodo primaverile, a ridosso dell’estate, di alcuni esemplari di orchidee selvatiche (Gen. Orchys).

La Riserva naturale regionale Antiche città di Fregellae e Fabrateria Nova e del Lago di San Giovanni Incarico (cliccare per aprire il sito)

La Riserva Naturale antiche città di Fregellae e Fabrateria Nova e del Lago di San Giovanni Incarico è stata istituita dalla Regione Lazio con propria Legge, la n. 29 del 6 ottobre 1997. L’area della Riserva è situata nel Basso Lazio, precisamente nella Valle del Liri, nel tratto in cui questa si allarga tra il monte Cairo a nord e i monti Ausoni a sud. Estesa per 724 ettari comprende parte dei territori comunali di: Arce, S. Giovanni Incarico, Ceprano, Falvaterra.
La Riserva è caratterizzata della presenza di un lago artificiale ( il cui ambiente palustre merita una notevole attenzione) e da due siti archeologici, quello più conosciuto di Fregellae (328 a.c.) e quello di Fabrateria Nova (124 a.c.) - Testo: Grazia Sbardella
 

Foto di Franco Carnevale, Franco Olivetti, Ferdinando Potenti, Gerardo Forti, Emilia Trovini, Enzo Sorci, Stefano Strani, Fabrizio Monti, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.
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