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Morolo e i suoi Murales

Foto di Gerardo Forti
                             Veduta del borgo di Morolo adagiato sui Monti Lepini - Foto di Gerardo Forti

Sulle origini del nome si è molto discusso fra gli storici locali e dopo ipotesi per lo più basate su assonanze linguistiche, monsignor Antonio Biondi, storico locale, ha concluso che non è possibile rintracciare l’esatto etimo. Secondo lo studioso possiamo solamente ipotizzare che il toponimo sia derivato dal soprannome del fondatore.

L’abitato, posto sui fianchi orientali dei monti Lepini, è sicuramente risalente al processo d’incastellamento e quindi all’anno Mille. Nel territorio tuttavia sono stati trovati consistenti resti archeologici che nel passato hanno fatto pensare alla possibile esistenza di una città volsca, forse identificata con Ecatra. Oggi si reputa che esistessero alcune dimore rustiche romane di modesta estensione: farebbero parte di quella serie di ville sorte lungo l’antica strada pedemontana oggi sostituita dalla provinciale morolense. 

Foto di Ferdinando Potenti
                           Piazza Ernesto Biondi, il salotto del borgo - Foto di Ferdinando Potenti

La storia del centro, come abbiamo detto, comincia intorno all’anno Mille. Dalle carte ecclesiastiche emerge la prima menzione del Castello di Morolo: in esse veniva confermato al vescovo anagnino l’appartenenza ditale paese alla sua giurisdizione. Documenti più tardi ci fanno conoscere nomi di preti morolani e l’organizzazione della chiesa.

Fino al Quattrocento il castello fu egemonizzato da un ramo locale dei de Supino, una famiglia staccatasi dai de Comite, che partecipò vivacemente alle lotte interfeudali. Nel 1216 Tommaso de Supino compì un’incursione contro i de Ceccano nel territorio del loro castello; immediata fu la replica di Giovanni de Ceccano. Assediò Morolo, riuscì a penetrarvi e compì una strage uccidendo più di quattrocento persone. I rifugiati nel castello, fra cui alcuni componenti della famiglia Colonna, furono presi in ostaggio. Per liberarsi dovettero pagare un forte riscatto. Tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento entrarono nella signoria del castello i Colonna che solo intorno al 1422-23, però, ne divennero signori effettivi. A partire dal Seicento il comune rurale fu sempre più soggetto al potere centrale della Chiesa. NeI 1870 il paese entrò nello stato unitario anche se diversi morolani combatterono dalla parte papalina.


                      Un'altra bella immagine di Piazza Ernesto Biondi -  Foto Lazio Turismo


Con l’unità Morolo fu direttamente beneficato dallo sviluppo impetuoso di Roma. Ma alla fine dell’Ottocento, con la difficile situazione economica, cominciò una fortissima emigrazione verso le più diverse destinazioni: oggi ci sono più morolani e loro discendenti fuori che in paese. L’emigrazione continuò poi nel dopo guerra, anche e soprattutto verso Roma, ma una certa ripresa si registrò ugualmente nel paese. Oggi molti lavorano nelle fabbriche del luogo e da un po’ di tempo si osserva il fenomeno del ritorno massiccio di emigrati.

Foto di Franco Olivetti
                                                I resti del Castello Colonna - Foto di Franco Olivetti

Il centro storico sorge sotto il Castello Colonna, in gran parte crollato e formato da due vasti ambienti: il primo, più alto, sembra essere stata la zona destinata alla difesa vera e propria, il secondo pare fosse riservato ad abitazione.

Foto di Ferdinando Potenti
                               Altra suggestiva immagine di Piazza Ernesto Biondi in b/n - Foto di Ferdinando Potenti

Dal castello parte una doppia cinta muraria, in buona parte ancora identificabile, come lo sono alcune torri oggi ancora esistenti, sia perché inglobate nelle abitazioni, sia perché ridotte a mura di sostegno. Il centro storico degrada verso la piazza principale, nella quale è una bellafontana in pietra, opera degli scalpellini della valle di Comino.

Su questa piazza si affacciano la chiesa più importante ed il Palazzo comunale. Fuori porta oggi vi sono diverse abitazioni ed una chiesa, San Rocco.


La collegiata di Santa Maria, sita al centro di Piazza Ernesto Biondi, costruita nel Medioevo e ristrutturata nel Seicento. Sullo sfondo la Valle del Sacco - Foto web

Le chiese di Morolo sono nel centro del borgo. La principale è Santa Maria, eretta già nel Medioevo e ricostruita nel Seicento; è sopraelevata rispetto al piano della piazza e vi si accede per una scalinata chiusa da un cancello bronzeo, opera dello scultore Tommaso Gismondi.


In primo piano la collegiata di Santa Maria. Sulla sx della chiesa, il murales di 250 mq realizzato da Fausto Mancini. L’opera venne commissionata nel 1984 dalla Pro Loco ed affronta il delicato tema dell’emigrazione dei morolani verso gli Stati Uniti, che nel corso del Novecento rappresentò per il paese una vera e propria piaga. Nel grande murales Fausto Mancini seppe rappresentare con straordinaria efficacia tutti i sentimenti legati al cambio di vita di coloro che affrontavano il viaggio transoceanico con la speranza di trovare nuove opportunità. L’opera è dipinta su due facciate di una casa, divise da un angolo: su un lato è dipinta l’Italia divisa in regioni, sotto cui tre donne velate di nero sembrano salutare un uomo di spalle, appena uscito con le valigie in mano da una porta (non disegnata ma reale uscio dell’abitazione); l’uomo ha quasi raggiunto l’angolo e sull’altra facciata un inflessibile poliziotto americano sembra aspettarlo al varco, sormontato dalla Statua della Libertà simbolo della meta raggiunta. Anche su questo lato sono state inclusi gli elementi strutturali dell’edificio: cinque finestre sono incastonate nel profilo di moderni grattacieli e nell’intero skyline newyorkese (testo prolocomorolo) - Foto web

Sulla balaustra, un San Francesco di Ernesto Biondi si eleva a grandezza naturale. Il portale della chiesa è anch’esso opera dello scultore Gismondi e le sue formelle rappresentano gli avvenimenti principali di Morolo in questo ultimo secolo nella testimonianza dell’arciprete don Antonio Biondi.

L’interno, a navata unica, presenta sei cappelle, opere d’arte di Sebastiano Conca, Eugenio Cisterna e di scuola seicentesca. Un tempietto quattrocentesco si eleva sul terzo altare di destra.

Oltre alla Chiesa di Santa Croce ormai ridotta a rudere, le altre chiese sono tutte ottocentesche e hanno subìto pesanti interventi nei tempi più recenti. Solo la Chiesa della Madonna del Piano, rurale, presenta un affresco della metà del Seicento.

Sulle montagne, dentro una stretta vallata, a cui si accede per un suggestivo sentiero montano, esiste ancora l’antica Chiesa di Sant’Angelo.

Di origine medioevale, già al centro di un piccolo agglomerato, è stata più volte ricostruita: essa è nata nelle vicinanze di una grotta nella quale si venerava San Michele Arcangelo, a somiglianza del più noto culto del santo sul Gargano. Quello di Morolo aveva la particolarità di essere stato eletto a protezione delle madri allattanti, le quali lo invocavano per propiziare l’abbondanza di latte e bevevano l’acqua stillata dalla roccia. La venerazione è cessata da un cinquantennio, ma rimane viva nella cultura locale.

Da Morolo si osserva il bellissimo panorama della valle del Sacco, con le città di Ferentino ed Anagni; le sue montagne e le colline sono ricche di boschi, acque e pascoli. Decaduta la pastorizia, i monti sono luogo di escursioni e si possono ancora vedere le antiche capanne dei pastori.

Le condizioni economiche e sociali sono radicalmente mutate negli ultimi anni. Molti lavorano nelle fabbriche della zona, nelle cave che caratterizzano il territorio vallivo morolano. Vicino alla stazione ferroviaria, destinata a svilupparsi, sorge una piccola zona industriale in espansione.

Testo: La Ciociaria


Morolo, la Ciociaria dei murales
 

Foto di Franco Olivetti
Una bellissima immagine di piazza Ernesto Biondi. Sulla dx il murales di Fausto Mancini, a sx quello di Mario Rosati. Al centro della foto, posizionata sulla balaustra della collegiata di Santa Maria,  la scultura bronzea di San Francesco, opera di Ernesto Biondi  - Foto di Franco Olivetti

In molti sostengono che l’arte non abbia barriere; che riesca a superare qualsiasi confine e a insinuarsi in realtà piccole, molto distanti dalla scena culturale contemporanea. Lo dimostra ciò che è accaduto a Morolo, piccolo borgo della Ciociaria situato sulla Valle del Sacco, a pochi chilometri da Frosinone. Qui infatti da oltre trent’anni i grandi murales si sono integrati perfettamente con il tessuto urbano,attribuendo a questo luogo un fascino inedito. 

Le facciate morolane trasformate in opere d’arte

Il comune di Morolo è stato un precursore dei tempi, perché qui la parola murales è stata utilizzata già dagli anni ’80, quando ancora nella maggior parte dei grandi centri abitati italiani faceva raramente capolino. Ed è stato grazie all’artista Fausto Mancini, morolano d’ok, che il primo disegno sulle facciate delle case è entrato nella tradizione di questo posto. E proprio dalla sua opera iniziamo il nostro viaggio all’insegna della creatività morolana. In piazza Ernesto Biondi, su commissione della Pro Loco, Fausto Mancini è intervenuto infatti nel 1984 con un dipinto di circa 250 mq; un’opera che affronta uno dei temi più delicati per il piccolo comune ciociaro: l’emigrazione che nel Novecento spinse tanti cittadini del piccolo comune laziale verso gli Stati Uniti in cerca di fortuna.  

Le difficoltà diventano patrimonio artistico

Un momento storico difficile quello dell’emigrazione italiana nel Nuovo Continente che l’artista è riuscito ad imprimere sulle mura del paese con grande maestria. I sentimenti che accompagnano coloro che devono lasciare la propria terra natia nella speranza di un futuro migliore oltre Oceano sembrano materializzarsi nel suo murales: da una parte è dipinto lo stivale italiano con delle donne intente a salutare un uomo con la valigia che si avvicina al confine della sua nuova vita a stelle e strisce. Ad attendere l’emigrante italiano -nella “sezione” statunitense del murales - c’è un poliziotto.  E il simbolo USA la Statua della Libertà.

I mille e uno murales morolani

Foto di Pietro Scerrato
                      Il murales di Mario Rosati, che raffigura l'illustre concittadino Ernesto Biondi - Foto di Pietro Scerrato

Ma questa è solo una parte di quello che vi aspetta una volta varcata la soglia di piazza Ernesto Biondi; di fronte al murales di Mancini, c’è infatti l’opera realizzata da Mario Rosati che raffigura l’illustre concittadino Ernesto Biondi, famoso scultore attivo agli inizi del Novecento. E sempre suo è un altro murales che si trova sulla strada provinciale di accesso al Comune laziale, la Donna ciociara: una figura risoluta e piena di energia, rappresentata nelle sue molteplici attività giornaliere. 

Rimanendo poco fuori dal centro abitato, in via Guglielmo Marconi, vicino la piazza con la chiesa di San Rocco e Sebastiano, non potete perdervi il murales di Mario Fiaschetti. Un’opera sempre a tema emigrazione in cui si fondono perfettamente sentimenti come amore e amicizia. Tornando in paese è d’obbligo una visita al suo laboratorio,in via Madonna del Piano 57, dove potete ammirare lavori in bronzo, legno e di dipinti.   

Anche opere italo-catalane nel comune ciociaro

E se ancora non siete ‘sazi’ di arte non perdetevi tra i vicoli e le viuzze di Morolo le diverse opere d’arte contemporanea che impreziosiscono a sorpresa la cittadina. E’ dal ’94 infatti che fanno qui capolino i lavori della X edizione dell'”Incontro Giovani Artisti” dal titolo “Lo spazio evocato”. Sculture, murales e dipinti di artisti italiani e catalani, realizzati in occasione del gemellaggio con la piccola città catalana Besalù, si sono trasformati in parte integrante della realtà morolana. Da ammirare, il trapezio d’acciaio sospeso tra due palazzi che si trova poco prima di arrivare in piazza Ernesto Biondi (via Roma), opera di PepCamps che cerca di analizzare il rapporto tra aria e spazio. Oppure la gigantesca scultura in alluminio di Carlo De Meo in via Porta Castello. Simile a un orologio solare,è situata sulla facciata di una casa del centro cittadino. E da lì sembra voler dettare lo scorrere del tempo in un paese che non ha avuto paura di coniugare antico e moderno. 

Testo:
Lazio creativo


Ernesto Biondi 
 

Ernesto Biondi nacque a Morolo, figlio di Angelo e di Eugenia Pistolesi; iniziò presto a interessarsi di arte e a cimentarsi nel disegno, divenendo rapidamente noto a livello locale: una delle sue prime opere scultoree fu la riproduzione della statua di san Cataldo, patrono di Supino, distrutta da un incendio. Nel 1870 si trasferì a Roma dove frequentò per un breve periodo l'Accademia di San Luca per poi continuare a studiare da autodidatta. 


I Saturnali sono una scultura lunga 6 m e larga 3,200 con dieci personaggi alti cica due metri, in bronzo: opera dunque anche visivamente del più grande significato. Creata da Ernesto Biondi, alla quale l’artista lavorò per parecchi anni e una volta terminata  l’opera in terracotta venne acquistata dallo Stato Italiano, fatta fondere in bronzo e nell’anno 1900 presentata alla Esposizione Universale di Parigi. Qui la scultura fu enormemente apprezzata e da una commissione di studiosi fregiata del Grand Prix, cioè del massimo riconoscimento. Ernesto Biondi ebbe anche l’onore di venir insignito della onorificenza della Legion d’Onore da parte del Presidente stesso della Repubblica Francese. Tornata in Italia, l’opera fu affidata alla nascitura Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma  che fu inaugurata nel 1910 e i Saturnali ne rappresentarono  la prima opera di richiamo e di prestigio: tanto che gli fu riservata una collocazione d’onore: da sola, in un chiostro accessibile visivamente  al pubblico attraverso nove finestre e  due dei corridoi che lo delimitavano divennero la “Galleria dei Saturnali” e il “Corridoio dei Saturnali”. Un secondo esemplare dell’opera d’arte divenne proprietà dello Stato Argentino e oggi, dopo non poche peripezie, si ammira in pieno sfoggio all’aperto nel Giardino Botanico di Buenos Aires (Testo di  Michele Santulli, novembre 9, 2016)   - Foto Roberto Fiadone

Scultore verista, fu interessato a temi sociali, letterari e storici. Molte opere del Biondi richiamano i valori socialisti e repubblicani nei quali l'artista si riconosceva. Tra queste, Povero Cola e Povera gente (entrambe del 1888) che denunciano le misere condizioni di vita delle classi popolari.
 

Dal 1883 in poi Biondi fece realizzare pressoché tutte le sue opere in bronzo presso la Fonderia Romana di Alessandro Nelli. Nel 1900 lo scultore di Morolo fu scelto, a seguito di un concorso internazionale indetto dalla città di Santiago del Cile, per la realizzazione di un monumento dedicato a Manuel Montt (primo Presidente della Repubblica del Cile) e Antonio Varas de la Barra (Ministro degli Interni) chiamati i Libertadores. Biondi realizzò il monumento a Roma e lo inviò in Cile nel 1903. 

Foto di Franco Olivetti, Gerardo Forti, Ferdinando Potenti, Pietro Scerrato, Roberto Fiadone, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.   La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di esclusiva proprietà dell'autore. 

  





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