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Arce e la collegiata dei Santi Apostoli Pietro e Paolo


Foto di Stefano Strani
Il borgo di Arce adagiato sulle pendici del monte di Rocca d'Arce - Foto di Stefano Strani

Arce è un centro agricolo delle colline orientali della media Valle del Liri. Il territorio è prevalentemente collinare ed è attraversato dai fiumi Liri e Sacco  

Il centro storico è adagiato sulle pendici sud-occidentali del monte di Rocca d'Arce. Dal secondo dopoguerra l'abitato si è spostato verso valle; le nuove abitazioni sono state costruite lungo la strada statale 6 Via Casilina.

Possiamo ben dire che le vicende storiche di Arce si perdono nella notte dei tempi: il paleontologo Italo Bitiddu, infatti alla località Torti della contrada Fontanelle ha rinvenuto le tracce inequivocabili di un insediamento di ominidi databile a 700.000 anni fa.   

Foto di Maurizio Ciliegi Foto di Enzo Sorci
Foto di Enzo Sorci Foto di Osvaldo Caperna
Il  centro storico - Foto di Maurizio Ciliegi, Enzo Sorci, Osvaldo Caperna

La prima volta che in un documento troviamo il nome Arce, anzi "Arcis", e' nella Cosmographia dell'Anonimo Ravennate, opera di carattere geografico databile nella metà del VII secolo d.c. (650 ca.). In verità l'esistenza in zona di un fondo denominato "Arcanum", di proprietà di Quinto Cicerone, nel 1° secolo a.C., farebbe propendere per l'esistenza già ai tempi della Repubblica Romana di un centro di nome "Arce". 

Sappiamo anche di sicuro, poi, che nel 702 Arce, insieme con Sora ed Arpino, venne sottratta all'Imperatore d'Oriente dal Duca longobardo di Benevento Gisulfo I; successivamente, nell'anno 850, Arce entrò nell'orbita del Principato longobardo di Capua, allorchè questa città si rese indipendente da Benevento. Nell'anno 846 e nell' 877 Arce fu presa e saccheggiata dai Saraceni, mentre nel 937 subì la stessa sorte per mano degli Ungari. 

Sul finire del X secolo Arce fu donata dal principe longobardo di Capua ai monaci cassinesi che la tennero fino al 1058, anno in cui se ne impadronì il normanno Riccardo, Conte di Aversa.

Foto di Carlo Germani
Vicolo che sale verso il centro storico - Foto di Carlo Germani

Il 29 aprile 1191 - come ci riferisce l'avvocato ed erudito Gio. Gennaro Grossi (1756-1823) - Arce con la sua fortezza venne presa da Enrico VI imperatore di Germania che aveva sposato Costanza, figlia del Re Ruggero il Normanno. Da questo matrimonio nacque Federico II, che, portatosi in Terra Santa per la conquista del Santo Sepolcro, si vide sottrarre Arce dall'esercito papale dei Clavisegnati. Nel 1230, rientrato dalla Terra Santa, Federico II riprese Arce e diede ordine di dar nuova forma alla sua fortezza: il 29 agosto dello stesso anno, nella Chiesa di Santa Giusta, posta nei pressi del confine fra il Regno, che allora si chiamava di Puglia, ed i possedimenti papali fu assolto dalla scomunica in precedenza inflittagli dal Papa. 

Foto di Ferdinando Potenti
Piazza Umberto I con la chiesa dei Santi Pietro e Paolo  - Foto di Ferdinando Potenti

Nel 1265 Arce, invano difesa dalle truppe di Manfredi, venne presa da Carlo d'Angiò, chiamato dal papa Clemente IV alla conquista del Regno. Sotto gli Angiò, nel 1307, Arce con la sua rocca venne per la prima volta concessa in feudo: primo feudatario di Arce fu Giovanni Gianvilla, nobile francese. Successivamente, nel 1381, sappiamo essere Barone di Arce Giacomo Cantelmo, la cui famiglia tenne Arce fin sul finire del XV secolo, epoca in cui Arce fu concessa in dote alla nipote del Re di Napoli Ferrante d'Aragona a nome Caterina, promessa sposa a Leonardo della Rovere, nipote del papa Sisto IV.

Foto di Ferdinando Potenti
Altra immagine in b/n di Piazza Umberto I. in primo piano la fontana, sulla dx la chiesa dei Santi Pietro e Paolo - Foto di Ferdinando Potenti

La famiglia della Rovere tenne in feudo Arce fino al 1580: il 16 marzo di quell'anno gli Stati di Sora e di Arce vennero venduti, per 120.000 scudi, da Francesco Maria della Rovere a Giacomo Boncompagni, la cui famiglia tenne in feudo il Ducato di Sora e di Arce, nonchè le Contee di Arpino ed Aquino fino al 1796. In questo anno, in occasione dell'apertura della nuova strada rotabile da Napoli a Sora , in tutti gli Stati di proprietà dei Boncompagni, per volere di Ferdinando di Borbone IV re di Napoli, fu abolita la feudalità con conseguente aggregazione degli Stati stessi al Regio Demanio. Questo stesso re Ferdinando soggiornò in Arce, ospite del palazzo Tronconi, la notte del 22 novembre 1798. Il giorno seguente riprese il suo viaggio per Roma, ove era diretto per dar man forte al Papa contro i Francesi.


Il giorno 11 maggio 1799 le truppe francesi, che si ritiravano da Napoli ove avevano sostenuto la Repubblica Partenopea, misero a sacco Arce e trucidarono quindici persone.

Foto di Carlo Germani
I colori della notte rendono ancora più suggestiva la bella piazza Umberto I - Foto di Carlo Germani

Il 27 maggio 1849 Arce fu occupata per l'arco di una giornata dagli uomini di Giuseppe Garibaldi che avevano proclamato la Repubblica nei possedimenti del Papa: quel giorno dall'unico campanile della chiesa parrocchiale allora esistente sventolò, per la prima volta sia pur per poche ore, il tricolore italiano. Nel 1856 fu aperta al traffico la strada Civita Farnese che ancora oggi collega Arce con Itri. Nel 1861 Arce entrò a far parte del Regno d'Italia sotto la Dinastia di casa Savoia.

Il 4 dicembre 1884 fu inaugurata la tratta ferroviaria Roccasecca-Arce, che successivamente fu prolungata fino ad Avezzano. Nel 1927, in occasione dello smembramento della Provincia di Caserta, di cui faceva parte, Arce fu aggregata alla neonata Provincia di Frosinone; in questo modo - d'un tratto - furono spezzati i legami con Napoli e con il Sud d'Italia che datavano al 702, anno della conquista di Arce da parte di Gisulfo I Duca di Benevento.
Il 29 maggio 1944, provenienti da Cassino, giunsero ad Arce le truppe alleate che posero fine alla occupazione militare tedesca ed all'incubo della seconda guerra mondiale. 

Testo a cura di Ferdinando Corradini

Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo  

Foto di Enzo Sorci
La Chiesa parrocchiale di Arce, costruita tra il 1702 e il 1744, è una costruzione barocca  - I due campanili sono stati costruiti in epoche diverse: il primo, quello con l'orologio, fu costruito nel 1819, il secondo, con la meridiana, fu completato nel 1955. Ciascuna torre accoglie, nella nicchia inferiore, le statue bronzee l'una di San Pietro, l'altra di San Paolo  - Foto di Enzo Sorci

La chiesa parrocchiale di Arce, Arcipretale e Collegiata, è dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo e si erge maestosa in piazza Umberto I. Costruita tra il 1702 e il 1744, la chiesa era originariamente dedicata solo a san Pietro. Fu consacrata il 17 dicembre 1744 dal vescovo diocesano S.E. Mons. Antonio Spadea e fu dedicata anche a san Paolo.

Foto di Marcello Carnevale Foto di Fabrizio Monti
Foto di Franco Carnevale Foto di Carlo Germani
Altre immagini della bella chiesa barocca dedicata ai Santi Pietro e Paolo - Foto di Marcello Carnevale, Fabrizio Monti, Franco Carnevale e Carlo Germani

La parrocchia è una costruzione barocca, ricca di stucchi, tra cui spiccano per grandezza La consegna delle chiavi e Sulla via di Damasco. All'esterno presenta un'armonica facciata fiancheggiata da due campanili, il primo, quello con l'orologio, costruito nel 1819, il secondo, con la meridiana, completato nel 1955. La struttura architettonica è a croce greca, dominata da un'ampia cupola ottagonale alta 24 metri.

Nella chiesa sono conservate le reliquie di sant'Eleuterio, le quali sono poste in un'urna sotto l'altare omonimo.  
"La tradizione vuole che fosse stata costruita con il lavoro spontaneo di tutta la popolazione. Si hanno notizie frammentarie su di un’antica chiesa dedicata al solo San Pietro e che doveva trovarsi in quel luogo. L’attuale complesso architettonico domina maestosamente piazza Umberto I (che si trova a 245,46 metri s.l.m.); ha una superficie di 540 mq ed una cupola alta 24 metri, una capienza di 1500-1800 persone; è di stile barocco con molti stucchi e dipinti. La parrocchia ha un circuito di 45 Km con un territorio di 3949 ettari.
Di epoca più antica sono i dipinti del secondo cornicione, gli altri furono effettuati con i restauri generali del 1910, quando era parroco Don Giuseppe MARROCCO e Vescovo diocesano S.E. Mons. Antonio Maria JANNOTTA.Il pittore che realizzò queste opere fu Edoardo RIGHI con l’aiuto di decoratori locali, fra cui Eleuterio PELILLO e di stuccatori fatti venire appositamente da Firenze. 

Foto di Stefano StraniIniziando la nostra visita non si può che partire dalla cupola, che come detto è alta 24 metri e contiene i dipinti più antichi. Nella cupola sono raffigurati, in cornici ovali, i quattro carismi episcopali: la Vigilanza, la Pietà, la Carità e il Magistero. Al centro del rosone è possibile vedere ancora la carrucola da dove doveva scendere il lampadario che illuminava la cupola e la chiesa stessa. Sotto il cornicione vi sono otto angeli in stucco che reggono, iniziando di fronte da sinistra verso destra: la tiara, il pastorale, la pianeta, il messale, la stola, il manipolo, la berretta e il cappello. Nei pennacchi sono raffigurati i quattro evangelisti: San Giovanni, San Matteo, San Luca e San Marco.

Prima di iniziare a visitare il resto della chiesa bisogna precisare che la chiesa allorché fu costruita fu dotata di sette altari: Sant’Eleuterio, Santissimo Sacramento, Immacolata, Altare Maggiore, San Giuseppe, San Rocco e dei Morti; attualmente se ne ammirano solo cinque in quanto due furono trasformati, per esigenze liturgiche, in amboni.

La nostra visita continua con l’edicola dedicata a Santa Maria GORETTI, costruita nel 1954, qui si può ammirare l’antica fonte battesimale in legno e stucchi, nella parte superiore è visibile una piccola tela raffigurante il battesimo di Gesù nel Giordano (Mt. III, 13-17). Il cielo è affrescato con ovali che contengono angeli.

Di qui proseguendo in senso orario, incontriamo in una nicchia in legno Sant’Antonio di Padova e San Giuseppe, passando oltre troviamo l’altare di Sant’Eleuterio: in esso possiamo ammirare la bella pala raffigurante il Santo; nel cartiglio è riportata la seguente iscrizione: “HOC ANGLO DIVO CUM DATUM EST AUFERRE VENENA FERARUM DUX POSUIT PLACIDI SIGNA DRAGONIS HABENS” e cioè “AL SANTO INGLESE A CUI E’ DATO IL POTERE DI TOGLIERE IL VELENO DELLE FIERE IL DUCA INNALZO’ QUESTO CHE HA I SEGNI DI UN PLACIDO DRAGONE”.

Foto di Franco Carnevale
Interno della parrocchia - Foto di Franco Carnevale

Questo ci ricorda come quest’altare venne costruito con un cospicuo contributo del Duca BONCOMPAGNI (la cui famiglia ebbe il Ducato di Arce dal 1580 al 1796), il quale vi manteneva un cappellano per le celebrazioni liturgiche. Nel 1956 mentre si stava restaurando quest’altare fu trovata, durante una ricognizione privata delle ossa del Santo, in una cassetta, una pergamena datata 15 giugno 1799 a firma dei notabili dell’epoca in cui è certificato che durante il passaggio di truppe francesi Arce fu messa al sacco e la chiesa fu usata come alloggio dalle truppe; questi notabili rientrando nella chiesa parrocchiale dopo questa vicenda trovarono un’urna contenente delle ossa che riconobbero come quelle del Protettore e le restituirono al parroco per riporle sotto il suo altare. Con l’occasione del restauro è stata posta sotto l’altare una statua raffigurante il Sant’Eleuterio morente, opera della ditta LETTIERI di Napoli. Nel rosone superiore dell’altare è raffigurato in uno stucco l’annunciazione alla Madonna con un cartiglio con la scritta “AVE MARIA GRAZIA PLENA”; l’altare è sovrastato da uno stemma con corona, lo stemma attualmente non è riconoscibile si ipotizza che fosse lo stemma della famiglia Boncompagni. Nel cielo di questo braccio è dipinto Mosè che indica il serpente di bronzo, chi lo guardava guariva dal morso velenoso dei serpenti (Mosè –I Numeri, XXI, 4-9), si ricorda che Sant’Eleuterio è ritenuto protettore dei morsi degli animali velenosi.

Foto di Stefano Strani
Interno della parrocchia, dettagli  - Foto di Stefano Strani

L’altare successivo è quello dedicato al Sacro Cuore di Gesù, fino alla metà del secolo era dedicato al Santissimo Sacramento, l’attuale statua a sostituito una pala raffigurante l’ultima cena negli anni ’50; sono da notare i due angeli ai lati dello stesso con le seguenti frasi: “VENITE ET COMEDITE PANEM MEUM – Prov. 9-5” cioè “Venite e mangiate il mio pane”; “SI QUIS MANDUCAVERIT EX HOC PANE VIVET IN ATERNUM – Num. 90-10”  cioè “Chi  mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giovanni VI, 58), in questo altare si celebravano i matrimoni e vi si conservava l’olio degli infermi in un tabernacolo nella parete. Nei due rosoni sovrapposti si possono ammirare due scene, in stucco, del Nuovo Testamento. Poste nella parte superiore dell’altare ci sono due statue  la Vigilanza e il Magistero. Altre particolarità di quest’altare sono le due mensole semicircolari sorrette da figure maschili a mezzo busto sui lati; nel paliotto centrale due scene dell’Antico Testamento.  Belli anche gli stucchi delle pareti laterali, ed in particolare quello sopra il tabernacolo dell’olio degli infermi che rappresenta un Santo che entra in un paese da una torre (o chiesa) esterna; l’altro nella parete destra, rappresenta la morte dello stesso.

Proseguendo si incontra una lapide funeraria, l’unica, datata 1859, essa ci fa capire come nella metà dell’800 i morti si seppellissero ancora nella chiesa. Continuando la nostra visita incontriamo due amboni in marmo, quest’opera offerta dal Geom. SERA Don Carlo in memoria della consorte defunta N.D. Maria BARTOLOMEI, furono realizzati nel 1965 dov’erano gli altari dell’immacolata e di San Giuseppe da una ditta di Ceprano. Il primo altare, cioè quello dell’Immacolata, all’epoca della costruzione della chiesa, era di patronato del canonico Germani, come si può notare vi sono due stucchi al lato di esso che rappresentano lo stemma della famiglia del canonico, l’attuale tela raffigurante l’Immacolata è stata realizzata dall’artista locale Alberto PELAGALLI ed ha sostituito quella precedente che è stata rubata che rappresentava l’Immacolata opera dell’artista locale Raffaele QUATTRUCCI che era una copia del quadro del MURILLO.  Nel cartiglio è contenuta la  seguente iscrizione: “IN CONCEPTIONE TUA VIRGO IMMACOLATA FUISTI ORA PRO NOBIS PATREM CUIUS FILIUM JESU PEPERISTI” cioè “Nel tuo concepimento fosti Vergine Immacolata prega per noi il Padre di cui generasti il Figlio Gesù”.

L’altro, cioè quello di San Giuseppe agli inizi dell’800 era di patronato della famiglia PESCOSOLIDO; la pala rappresenta la Sacra Famiglia con San Giovanni Battista. Nel rosone che sovrasta l’altare, a stucco, è raffigurato San Vincenzo Ferreri nel cartiglio vi è la seguente iscrizione: “CUM ESSET DESPONSATA MATER JESU MARIA JOSEPH” cioè “Essendo Maria la Madre di Gesù promessa in matrimonio a Giuseppe” (ufficio votivo di S. Giuseppe sposo della B.V.M., Antifona I).

Foto di Maurizio Ciliegi
L'altare maggiore - Foto di Maurizio Ciliegi

Passando ad ammirare l’altare maggiore possiamo dire che la parte anteriore è stata costruita con pregevole marmo policromo dalla ditta Rubino di Napoli nel 1949; da ammirare il bassorilievo del paliotto raffigurante l’ultima cena, agli inizi degli anni ’70, per adattarlo alla nuova liturgia, fu costruita la parte anteriore (mensa) e la balaustra.  Celato dall’altare vi è il coro in legnola  semplicità dello stile  lo fa apprezzare per la sua eleganza. Alle pareti di lato sono rappresentati: a sinistra, la consegna delle chiavi del paradiso a San Pietro (Mt. XVI, 17-19) e a destra la conversazione di San Paolo sulla  strada di Damasco   (Atti IX, 1-9).

Nel cielo, sopra questo braccio, l’Eterno Padre nella creazione del mondo, negli angoli: la Giustizia, la Pace, la Carità e la Verità; nelle lunette i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele. Nel catino dell’abside vediamo in un coro angelico San Pietro e San Paolo con sotto l’iscrizione: “PETRUS ET PAULUS IPSI NON DOCUERUNT LEGEM TUAM DOMINE” cioè “Pietro e Paolo quegli stessi che insegnarono a noi la tua legge o Signore”. Qui è anche riprodotto lo stemma del Comune di Arce e vi è l’iscrizione relativa al restauro della chiesa; che attualmente non è visibile a causa dell’installazione del nuovo organo da parte della ditta BEVILACQUA di Torre dei Nolfi (Aq), in occasione del 25° anniversario di vita sacerdotale di Don. Antonio MARCIANO, qui vi è l’iscrizione: “LAUDATE DEUM CHORDIS ET ORGANO” cioè “lodate Dio con le corde e con l’organo”.

Il sesto altare è quello dedicato a San Rocco, comprotettore della città di Arce. Anch’esso ha subito dei restauri nel 1956 con l’offerta di tutta la popolazione, vi è la statua del santo, non ha cartiglio ma vi è ugualmente l’iscrizione che è la seguente: “PESTE LABORANTE  ROCHE PATRONUS ERIS” cioè “mentre imperversa la peste o Rocco sarai Patrono”,  come è noto protegge dalla peste. Sovrasta l’altare una piccola tela raffigurante l’Assunzione della Madonna al Cielo.

Il settimo ed ultimo altare è quello dedicato alla Madonna di Pompei; questo fino alla metà di questo secolo era denominato del Crocifisso e/o della Morte perché vi si celebravano i funerali. Il rosone che sovrasta l’altare rappresenta la Madonna Addolorata, nel cartiglio l’iscrizione: “CUJUS ANIMA GEMENTE CONTRISTATA ET DOLENTE PERTRANSIVIT GLAUDIUS” cioè “una spada a Te gemente tenerissima e dolente trapassava l’anima”; sovrasta l’intero altare uno stemma turrito con il monogramma “PAX”. A quest’altare venne cambiata denominazione da altare del Crocifisso, nome dovuto alla pala raffigurante un Crocifisso, a Madonna di Pompei perché vi si tenevano i “sabati” a Lei dedicati, ed essendo la tela logora e abolita la funzione principale dell’altare, cioè la celebrazione die funerali nel 1956 fu realizzato il mosaico e l’altare in marmo come appare attualmente, il quadro della Madonna è opera dell’artista locale Marco D’EMILIA, ed ha sostituito la stampa rubata. Il cielo è affrescato con l’offerta di Giuda il Maccabeo al tempio di Gerusalemme perché si offrisse un sacrificio per i suoi soldati morti (II Maccabeo XII, 43). Proseguendo si passa vicino alla nicchia contenente le statue dell’Addolorata e dell’Immacolata, passando oltre si ammira il grande Crocifisso; il cielo è affrescato con degli angeli ovali che contengono  angeli con i simboli della passione.

Foto di Emilia Trovini
L'organo realizzato dal celebre organaro Catarinozzi - Foto di Emilia Trovini

Tornati al centro della chiesa e voltandoci a guardare sopra l’ingresso principale possiamo ammirare l’organo antico, opera del celebre organaro CATARINOZZI e l’affresco nel cielo del  braccio che rappresenta il trasporto dell’arca dell’alleanza intorno alle mura di Gerico, che con squilli di trombe fecero cadere le mura della città (Giosuè VI, 1-27). 

I quadri della Via Crucis sono stati messi l’8 marzo 1957.

La pavimentazione, in pietra “perlato d’Ausonia”, è opera della ditta IACOBUCCI di Frosinone.

Le attuali acquasantiere hanno sostituito quelle rubate nel 1986, le quali erano state donate da Olga SANTORO per lascito di Alfonso TRONCONI.

Si può concludere così la visita interna, ora uscendo dalla porticina laterale che dà su via Milite Ignoto incontriamo la prima delle sette edicole dedicate ai Dolori di Maria, poste nel 1969, le quali si snodano per via Manfredi fino a raggiungere la Chiesa di S. Maria (Addolorata). Qui all’angolo in basso a destra della facciata è posta una pietra con un’iscrizione di epoca romana dov’è scritto:

L. OCTAVIO L. F. ROM OCTAVIAE L. L. QUARTAE VIVENT 

che sta a significare: Lucio Ottavio figlio di Lucio della Tribù Romilia ed Ottavia Quarta libera di Lucio fecero per sé il sepolcro mentre erano vivi.

Altra iscrizione si trova circa alla metà del campanile di destra, ed è:

… ULLOMAL. L. SER … LARGURUS. ET ARISTO … MAI. LIB. DANT 

di questa, avvistata solo nell’estate del 1995, se ne sta studiando il significato.

Passando successivamente ad osservare la facciata sopra il portone principale si possono ammirare alcuni frammenti di sculture altomedioevali. I reperti, entrambi in marmo bianco, sono riconducibili al settore di sinistra di un arco di ciborio ed a un frustulo di lastra  non meglio identificabile. Il primo frammento è costituito dalla parte superiore della fronte di una lastra di ciborio, mutila nella parte destra, e con l’angolo superiore di sinistra sbeccato.  La decorazione ad alto rilievo si caratterizza dalla croce centrale al lato della quale si trovano due pavoni. Nella parte che è possibile vedere si nota infatti un pavone abilmente impostato e realizzato sfruttando lo spazio ricurvo definito dalla ghiera dell’arco sottostante; nella parte destra della croce si vede soltanto la testa di quello che doveva essere l’altro pavone. Secondo il Beranger il motivo dei due pavoni a lato di una croce è comune nell’VIII – IX secolo. Anche il secondo frammento, che si trova sulla destra della lastra ora descritta ripete il motivo assai comune nell’alto medioevo. Esso è mutilo nella parte inferiore e ci propone un intreccio vimineo a più nastri.  Questi due reperti verosimilmente appartengono ad una fase precedente dell’attuale Chiesa. 

Della facciata in generale si può dire che la chiesa in origine non aveva nessun campanile, infatti il più antico, cioè quello di sinistra, è stato completato solo nel 1819, come si può osservare dell’iscrizione nella chiave di volta del finestrone più in alto, il secondo gemello, cioè quello di destra è stato costruito nel 1954. Nel campanile di sinistra vi è una campana grande e due piccole, sulla campana grande vi sono due iscrizioni: “CURRITE QUI CUPITIS CAELESTI PREMIA VITAE ET CASTAS HUC FERTE PRECES SUM NUMINIS IN” cioè “Accorrete voi che desiderate acquistare i premi della vita celeste e offrite qui le vostre preghiere”; la seconda “DEX ARCANI PUBLICE A.D. MDCCCXVIII SALVATOR ET NICODEMUS MARINELLI ARTIFICES ANGLONENSES” che sta a significare che la campana è stata costruita con denaro pubblico stanziato dai Decurioni (paragonabili agli attuali consiglieri comunali) e che fu costruita da Salvatore e Nicodemo MARINELLI di Agnone nel 1818. In questo campanile è anche installato l’orologio pubblico realizzato dalla ditta CURCI di Napoli nel 1896, ha un diametro di 2.60 metri; esso funzionava con un sistema di pesi ma nel 1986 vi è stato installato un meccanismo elettronico. Nel campanile di destra nel 1970, mentre era parroco Don Antonio MARCIANO e Vescovo diocesano S.E. Mons. Biagio MUSTO, è installato un carillon di sette campane per melodie sacre. Il carillon è azionato automaticamente ad orologeria per quattro motivi musicali che sono: Ave Maria di Lourdes, Christus Vincit, Tu scendi dalle stelle e T’adoriam Ostia Divina; questo può essere comandato a tastiera per altri motivi musicali.

Le sette campane, realizzate dalla ditta Marinelli di Agnone (la stessa ditta che realizzo la campana nel 1818), portano scolpite delle incisioni che sono:
1^ campana immagini: SS. Cuori di Gesù e Maria,  iscrizione: Arce centro – Borgo Murata -  peso: 535 Kg;
2^ campana immagini: San Biagio (nome dell’allora vescovo)  iscrizione: Campanile - Campostefano - peso: 220 Kg;
3^ campana immagini: SS. Apostoli Pietro e Paolo, iscrizione: Collealto - Collenoci - peso: 165 Kg;
4^ campana immagini: Sant’Eleuterio Protettore, iscrizione: Colleolivo - Collenoce - peso: 115 Kg;
5^ campana immagini: San Rocco Comprotettore, iscrizione: Fontanelle – Frassi - Marzi: peso: 90 Kg;
6^ campana immagini: Sant’Antonio (nome dell’allora Parroco), iscrizione: Portone - Puzzaca - peso: 65 Kg;
7^ campana immagini:  San Giuseppe (nome del defunto Arciprete Don Giuseppe MARROCCO), iscrizione: Tramonti - Valle - peso: 50 Kg.

In tutte le campane è inciso l’attuale stemma del Comune di Arce quello dell’allora vescovo e l’iscrizione “Dono dell’Arciprete Parroco Don Antonio Marciano nel suo giubileo parrocchiale Arce (1944 – 1969)”. Sulla prima campana l’immagine del Papa PAOLO VI con l’iscrizione: “Regnante summo Pontifice Paulo VI”.

Il portone della chiesa è stato realizzato nel 1986, in occasione delle missioni, dagli artisti locali Eleuterio FAVA e Luigi ARCESE; nella stessa occasione è stato realizzato il sagrato della stessa.
Nel 1988, in occasione dell’Anno Mariano, sul sagrato della chiesa venne posta la Madonna dell’Ulivo, con la seguente iscrizione:
“Se l’odio si fa vivo
il ramoscel d’ulivo
porgi ai tuoi figli d’Arce
o Regina della pace
Parroco A. Marciano settembre 1988”
 

L’opera è  stata realizzata dall’artista locale Fausto GROSSI e dall’architetto Rocco CEDRONE.

Nel 1993 furono installate nelle logge inferiori dei campanili due statue in bronzo dei titolari della parrocchia; nella loggia sinistra San Pietro con l’iscrizione “I.M ALFREDO GERMANI LA SUA ANNA 1993 – ANNA SANTOPADRE”, in quella di destra San Paolo con l’iscrizione “1944 – 994: 50 DI VITA PARROCCHIALE DI MONS. ANTONIO MARCIANO."
Testo: www.laciociaria.it  
  

“Audioguida in Italiano”  (cliccare per ascoltare l'audioguida)
 

Foto di Carlo Germani Foto di Enzo Sorci
Foto di Carlo Germani Foto di Carlo Germani
Foto di Carlo Germani Foto di Marcello Carnevale

Alcune immagini di Arce - Foto di Carlo Germani, Enzo Sorci, Marcello Carnevale

Foto di  Stefano Strani, Maurizio Ciliegi, Enzo Sorci, Osvaldo Caperna, Ferdinando Potenti,  Franco Carnevale, Fabrizio Monti,  Carlo Germani, Emilia Trovini, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.
La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di proprietà esclusiva degli autori. 

 

   





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