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Pontecorvo e la concattedrale di San Bartolomeo Apostolo


Veduta di Pontecorvo. In posizione dominante la Concattedrale di San Bartolomeo Apostolo, in primo piano il ponte sul fiume Liri - Foto web

Tracce nella preistoria

I primi insediamenti umani risalgono al Neolitico: in località Vetrine sono state trovate amigdale e strumenti in osso. Probabilmente le grotte sulle colline furono il rifugio per queste prime popolazioni. Sono stati trovati reperti anche dell'Età del bronzo e del ferro.

Storia

Pontecorvo e Fregellae

Nonostante le opinioni contrarie di alcuni storici moderni, Pontecorvo deve considerarsi l'antica e potente colonia romana di Fregellae, definitivamente rasa al suolo dagli stessi romani nel 125 a.C..

Non è certamente un caso che la città di Pontecorvo rechi sui vessilli e sugli stemmi cittadini l'acronimo S.P.Q.F., ossia Senatus Popolusque Fregellanus. La contesa con Ceprano ed Arce sull'ubicazione di Fregellae nasce da alcuni ritrovamenti archeologici, che, in realtà, costituiscono le rovine di un pagus edificato, nei pressi del lago di San Giovanni Incarico, da una parte dei fuggitivi fregellani che si spinsero verso nord dopo la distruzione punitiva della città per mano di Roma, mentre la maggior parte della popolazione fregellana trovò rifiugio più a sud, spostandosi dalla riva destra a quella sinistra del fiume, su uno sperone roccioso in posizione dominante rispetto al Liri. Da tale nuovo insediamento avrebbe preso vita la futura città di Pons Curvus, il cui nucleo si originò proprio attorno all'altura rocciosa sulla quale furono eretti prima un tempio dedicato a divinità pagane, in particolare Cerere, e successivamente, con Rodoaldo, una torre di guardia, oggi ancora esistente in funzione di torre campanaria della cattedrale.

A generare ulteriore confusione sulla corrispondenza tra Pontecorvo e Fregellae ha contribuito il fatto che questa, al suo tempo, dominava un territorio molto più vasto rispetto a quello identificabile con gli attuali confini amministrativi di Pontecorvo, fino a comprendere il territorio al confine tra Ceprano, Isoletta d'Arce e San Giovanni Incarico in cui sono stati rinvenuti i suddetti reperti, area, peraltro, distante appena quattro chilometri dall'area pontecorvese storicamente tramandata come luogo in cui sorgeva Fregellae.

Basti pensare che fino al 1053 Pontecorvo comprendeva anche il comune di San Giovanni Incarico con il suo intero territorio; "... dopo il 1053 ... il paese venne scisso da Pontecorvo, che precedentemente lo comprendeva come risulta da una scrittura antica conservata presso il Monastero di Montecassino" Castri S. Joannis territoris Pontis Curvi" (dal sito istituzionale del comune di San Giovanni Incarico). Pertanto, anche a voler ammettere che il sito degli scavi sopra citati sia quello di Fregellae, emerge con chiarezza il motivo per il quale Pontecorvo, in ogni caso, debba considerarsi e sia sempre stata considerata (ed essa stessa giustamente si considera) come città legittimata a raccogliere l'eredità storica e culturale della celebre colonia romana.

L'opinione degli storici più antichi (Volterrano e Sigonio) era unanime nell'indicare Pontecorvo quale città nata dalle rovine dell'antica Fregellae, opinione a sua volta basata sugli scritti degli storici coevi Livio e Strabone. L'erudito e storico spagnolo Antonio de Lebrija (Antonius Lebrisensis), nel suo Dictionarium quadruplex del 1512 definisce "Fregellae vetus Italiae urbs olim florentissima. Vulgo Ponte Corvo".

Pietro Nores, il famoso storico che nel 1590 riportò in forma epistolare i fatti bellici avvenuti tra lo stato pontificio di papa Paolo IV e la Spagna di Filippo II, riferendosi all'avanzata degli spagnoli nel Lazio meridionale condotti dal duca d'Alva, scrisse: "Con questo esercito spingendosi il Duca avanti, prese Ponte Corvo, or picciol luogo sul Garigliano, anticamente detto Fregellae, celebre per aver ritardato il corso del campo d'Annibale, rompendo i ponti circonvicini".

Così ancora nell’Introduzione alla geografia antica e moderna delle provincie delle Due Sicilie di Vito Buonsanto (1819) "Volsci - Fregellae; Piuttosto Pontecorvo che Ceprano". Biagio Soria in Cosmografia istorica, astronomica e fisica pubblicato nel 1827, scrive "Pontecorvo (Fregellae, Pons Curvus) ebbe origine nell'anno 870 o 872, vale a dire dopo la distruzione dell'antica Aquino". Dal Costume antico e moderno di tutti i popoli antichi del 1832 dello storico Giulio Ferrari: "Più vasto [rispetto a quello degli Ernici] era il paese de' Volsci, i quali furono un tempo terribili a Roma istessa; essi possedevano (...) Fregellae, oggi Pontecorvo..."

Nel Dizionario Corografico Dell'Italia del 1869 dell'Amati si legge: "Pontecorvo (Fregellae)... Quasi unanime è l'opinione degli storici nell'additare i dintorni di Pontecorvo quale domicilio della celebre colonia romana di Fregellae; a sostegno di tale opinione si invocano i libri di Strabone commentati dal Volterrano e dal Sigonio; è indarno quindi che Ceprano tenta di disputare il medesimo vanto. Infatti, sulla sponda sinistra del Garigliano, poco lungo dal descritto 'ponte curvo' nella località chiamata presentemente 'Murecene', appariscono le rovine di questa città vetusta, le quali si prolungano fino alla contrada urbana di Santa Lucia, e quantunque sieno interrate e vi abbia passato sopra l'opera consuntrice di ventidue secoli, accennano ad una vasta città, quale è registrata nella storia, e capace di oltre ottantamila abitanti."

Nei documenti ufficiali dello Stato pontificio, di cui Pontecorvo era una exclave all'interno del Regno della Due Sicilie, la città è indicata costantemente come l'antica Fregellae o quale città sorta dalle rovine di essa. Nel 1725 la bolla papale di Benedetto XIII, che eresse Pontecorvo a diocesi, dice: "quippe quod ex ruinis veterum Fregellarum, clarae olim in Latio Urbis, fuisse conditum". Secondo la storiografia antica, la parte urbana dell'antica città si estendeva lungo il fiume Liri in prossimità della attuale contrada Santa Lucia, mentre la vicina fortezza, denominata Arx Tutica Fregellana, sorgeva sul Monte Leucio, quale avamposto militare in posizione particolarmente privilegiata perché centrale rispetto alla pianura circostante e quindi in grado di garantire una difesa ed un controllo a vista di tutto l’ager fregellanus.

Come si è detto, solo in tempi recenti, si è ritenuto di spostare l'ubicazione di Fregellae rispetto a quanto tramandato dalla storiografia antica per via degli scavi archeologici che hanno portato alla luce alcuni reperti di epoca romana nel territorio al confine tra Arce e Ceprano, a poche centinaia di metri dall'altro confine di San Giovanni Incarico a ridosso dell'omonimo lago. Tuttavia, l'irrisoria estensione dell'area urbana riportata alla luce non riesce obiettivamente a dare ragione di una città imponente come Fregellae, che si tramanda essere stata estesa per circa 90 ettari.

Deve ribadirsi che i reperti portati alla luce ed aventi un legame con Fregellae, sono con ogni probabilità quelli del cosiddetto Diversorium Fregellanum descritto dal Cluverio, un tempo esistente proprio nei pressi Ceprano, quale.vico di modeste dimensioni costituito da una più piccola parte dei fregellani scampati alla definitiva distruzione di Fregellae, mentre altro ulteriore nucleo si rifugiò a Fabrateria Nova (San Giovanni Incarico e Falvaterra). A riprova di ciò, si segnala che di tale Diversorio resta ancora traccia in tempi relativamente moderni, quale luogo di sosta e scalo sulla via Latina, da cui, presumibilmente, andò prendendo vita l'attività di dogana e di pedaggio esercitata per diversi secoli in quegli stessi luoghi, i quali, però, non rappresentano il sito dell'antica Fregellae, ma solo lo sviluppo di un pagus successivo.

Le fonti storiche che si pretendono dare conferma della ubicazione di Fregellae in corrispondenza degli scavi non appaiono affatto decisive; e ciò deve dirsi, invero, anche per quanto concerne la ritenuta fondazione sul lato sinistro del fiume Liri. Infatti, il lato sinistro del Liri viene individuato solo in via deduttiva, soltanto, cioè, argomentando dal fatto che il Liri doveva segnare il confine tra il territorio dei Sanniti, a sud, e quello dei Romani, a nord, e che, per tale ragione, tutto ciò che i Romani avessero edificato sulla sponda sinistra di esso, sul territorio dei Sanniti, sarebbe stata considerata da questi ultimi come una provocazione, che avrebbe giustificato la reazione che poi si sarebbe avverata. Ma tale ragionamento non appare convincente e, anzi, risulta in contrasto con dati storici.

In particolare, lo storico romano Tito Livio, spesso citato al riguardo, non dice (Ab urbe condita VIII, 22) che Fregellae sorgeva sulla riva sinistra del Liri (lato in cui si sono rinvenuti i reperti in questione), ma semplicemente che "... nulla re belli domive insignis P. Plautio Proculo P. Cornelio Scapula consulibus, praeterquam quod Fregellas ... colonia deducta", ossia (letteralmente): "nessun evento di guerra o di patria importante, Plauzio Proculo e Cornelio Scapula consoli, oltre il fatto che Fregellae fu dedotta colonia". Non esistono dati testuali in ordine all'ubicazione di Fregellae sulla sinistra del Liri e, d'altra parte, la provocazione verso i Sanniti (o l'insofferenza di questi ultimi) per la presenza di una colonia romana si sarebbe avuta in ogni caso ponendo la colonia al confine del loro territorio, indipendentemente se fosse stata posta a destra o a sinistra del Liri.

Come si è detto, non solo non esistono fonti storiche che confermino il lato sinistro del Liri quale sponda di Fregellae, ma, anzi, a giudicare dalle fonti e dalla tradizione tramandata, tutto lascia presumere che essa si trovasse sulla sponda destra, non sinistra. Ciò si argomenta dalla narrazione dello stesso Livio, che descrive il passaggio di Annibale nell'agro fregellano e la nota distruzione dei ponti sul Liri da parte fregellani, i quali tentarono in tal modo di impedire l'ingresso delle truppe puniche nella città e la successiva marcia verso Roma. Da Livio si apprende che Annibale si diresse verso Fregellae proveniente da Interamna Lirenas e Aquinum, le quali erano, come ancora sono, sulla sinistra del Liri.

Appare perciò evidente che, se i fregellani distrussero i propri ponti per impedire l'ingresso di truppe che muovevano da meridione (ossia dal lato sinistro del Liri), la città doveva trovarsi sul lato opposto e quindi sul lato destro del fiume. La predetta circostanza resta confermata da testimonianze dirette, che, ancora alla fine del 1800, attestavano la frattura del primo arco dal lato sinistro del ponte. Ricorda Tommaso Sdoja, riprendendo Pietro Coccarelli che "Sino al 1860, epoca in cui il detto ponte fu di nuovo rotto, si vedeva un'altra rottura esistente da quella parte di strada per cui Annibale veniva. Infatti, quell'arco già rotto e poi rifatto, aveva un'architettura diversa da quella degli altri dieci..." (La medioevale Pontecorvo).

Un'ulteriore conferma si rinviene nella cronaca conservata nell'archivio di Castel Sant'Angelo per ordine del Pontefice Paolo V Borghese, dalla quale si apprende che i superstiti fregellani si rifugiarano più a meridione, sulla riva sinistra oltrepassando il ponte e quindi, come si è già ribadito, spostandosi, dopo la distruzione della città, dalla riva destra a quella sinistra, cosicché è ragionevole affermare che, anche per tale motivo, i reperti rinvenuti al confine tra Arce e Ceprano, a sinistra del fiume, non possono essere quelli dell'antica colonia romana, ma solo il Diversorium Fregellanum, fondato da quella minor parte dei fregellani che si rifugiarono verso settentrione. Il nome di Pons Curvus, legato alla forma curva del ponte, sebbene già registrato da qualche documento intorno all'anno 870, sopravvenne in maniera definitiva a quello di Fregellae con la giurisdizione abbaziale di Montecassino intorno all'anno 1100, quando l'abate Oderisio II fece scolpire sulle porte bronzee della basilica di Montecassino Civitas Pontis Curvi cum pertinentiis suis nell'elenco dei possedimenti dell'abazia. In concomitanza della nuova denominazione di Pons Curvus, successivamente corrotta dall'idioma popolare in Pontecorvo, iniziò a comparire la menzionata espressione Senatus Popolunque Fregellanus, proprio a memoria dell'antica origine della città e dei cittadini.

Il dominio papale

Nel 1105 il principe di Capua Riccardo II conferma all'Abbazia di Montecassino il possesso del castello di Ponte Corvo, concesso in precedenza dai suoi avi allo stesso monastero, presumibilmente nel corso della seconda metà dell'XI secolo[2]; i monaci cassinensi lo mantennero, ma non stabilmente, per circa quattrocento anni: in questo periodo infatti fu conquistata e retta per alcuni anni da Ruggero II, divenne feudo papale, fu saccheggiata e distrutta da Carlo I d'Angiò; durante lo Scisma d'Occidente Pontecorvo si schierò con l'antipapa Clemente VII in opposizione al potere di Montecassino. Nel 1190 fu tra le prime comunità ad ottenere uno statuto, segno di un nuovo corso storico nei rapporti tra il signore e i cittadini. Tra il 1422 ed il 1463, fece parte dei domini papali, poi angioini, poi aragonesi.

Pontecorvo dal 1463 al 1860 fu un'enclave nel Regno di Napoli dello Stato Pontificio, a parte la parentesi che nei primi dell'Ottocento la vide come un principato napoleonico. Tale principato fu creato inizialmente per il generale Jean-Baptiste Jules Bernadotte, che lo governò dal 1806 al 1810; come conseguenza di quest'ultimo fatto l'emblema della Casata di Bernadotte, l'attuale stemma della Svezia, include lo stemma di principi di Pontecorvo. Il principato fu retto dal 1812 al 1815 da Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat, per tornare allo Stato della Chiesa.

L'annessione al Regno d'Italia

Durante la risalita dei Mille di Garibaldi, prima che arrivassero a Napoli, i pontecorvesi organizzarono una rivolta contro il potere papale, proclamandosi parte del Regno d'Italia il 2 settembre 1860. Venne però occupata dalle truppe borboniche poche settimane dopo, ma conquistata poi dai soldati di Vittorio Emanuele II di Savoia il 7 dicembre. Il 12 dicembre vennero fucilati tre filo-borbonici protagonisti di un tentativo di restaurazione.

La seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale porta morte e distruzione: il primo novembre del 1943 Pontecorvo fu bombardata, morirono molti cittadini, la città rasa al suolo. Il ponte fu l'obiettivo di vari raid, ma non subì alla fine gravi danni. Quando gli alleati passarono la linea Gustav, i tedeschi fortificarono un nuovo fronte, la linea Hitler, che passava per Pontecorvo. Nelle campagne si trovano ancora i resti dei bunker tedeschi. Dal 2007 è gemellato con Pieve d'Olmi, un paese lombardo che ha accolto numerosi rifugiati provenienti da Pontecorvo.

Testo: Wikipedia

Concattedrale di San Bartolomeo Apostolo

Foto di Marcello Carnevale
La Concattedrale di San Bartolomeo Apostolo innevata - Foto di Marcello Carnevale

La chiesa di San Bartolomeo viene descritta per la prima volta in un atto di permuta del 1052, nel quale è definita come intus civitas, termine che sembra riservato alle città sedi vescovili. L’edificio insisteva sulla cinta muraria del IX secolo, a cui apparteneva la torre, riutilizzata come campanile; la titolazione a San Bartolomeo dipenderebbe da quella dell’oratorio del castello, abbandonato fin dal secolo XI.

Nel 1105 Pontecorvo, fino ad allora contea autonoma, entrò a far parte dei domini di Montecassino, trovandosi così al centro delle lotte fra l’abbazia e il Regno di Napoli, nell’ambito delle quali la chiesa con la città furono devastate ripetutamente nel 1154, nel 1240 e nel 1348. Nel XVI secolo la chiesa, per la sua importanza e imponenza, fu utilizzata come cattedrale dai vescovi di Aquino e nel 1581 vi ebbe luogo il primo Sinodo Diocesano, celebrato per attuare i decreti del Concilio di Trento. Dai pochi documenti relativi a questo periodo – l’archivio diocesano andò infatti distrutto nell’ultima guerra – si può ricavare l’idea di un edificio a tre navate con cupola e ricca decorazione in stucco.

 Testo: Chiesa di San Bartolomeo Apostolo   

Foto di Marco Secondi
L'interno della concattedrale - Foto di Marco Secondi

Nel 1703, in occasione di una visita pastorale, il vescovo di Aquino Giuseppe De Carolis (1699-1725) descrisse la collegiata e gli altari al suo interno, che vantava opere di artisti celebri come Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (1568-1640). Con la bolla In excelsa sedis del 23 giugno 1725, papa Benedetto XIII (1724-1730) elevò la collegiata di San Bartolomeo a dignità di cattedrale, unendo le diocesi di Aquino e Pontecorvo aeque principaliter.

La cattedrale fu nuovamente dedicata il 19 aprile 1744, dopo lavori di rinnovamento che interessarono il coro e il pulpito lignei e l’altare in marmo di scuola napoletana. Nel 1754, sotto l’episcopato di Giacinto Sardi (1751-1786), la chiesa subì l’ultima trasformazione, con la sistemazione della cupola su disegno del Simonetti. Con la firma del Concordato tra la Santa Sede e il Governo delle due Sicilie, nel 1818, furono unite le diocesi di Aquino, Pontecorvo e Sora, unione ribadita nello stesso anno con la bolla De utiliore dominicae da papa Pio VII (1800-1823).

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo furono eseguiti diversi lavori di restauro che interessarono prevalentemente la decorazione pittorica, la pavimentazione e il rinnovamento dei finestroni della cattedrale. A seguito di un terremoto, la volta della navata centrale, fortemente lesionata, fu abbattuta e ricostruita nel 1917. Ancora, nel 1931 furono eseguiti lavori di restauro della torre campanaria. Durante la seconda guerra mondiale la cattedrale fu completamente distrutta dai numerosi bombardamenti, e dell’edificio antico, seppure fortemente danneggiata, si salvò solo la torre campanaria. La ricostruzione della chiesa iniziò nel 1948 per iniziativa del vescovo Michele Fontevecchia (1936-1951), secondo il progetto di Alberto Tonelli, che riprendeva le linee del precedente edificio, e si concluse nell’Anno Santo 1950, quando la cattedrale venne riaperta al culto il giorno 25 dicembre. Nel 1986 la Congregazione dei Vescovi stabilì la nuova denominazione della diocesi di Sora- Aquino-Pontecorvo e la chiesa di San Bartolomeo acquisì il titolo di concattedrale.  

Foto di Carlo Germani
Un busto in marmo di  Pio IX all'ingresso della chiesa - Foto di Carlo Germani 

La concattedrale conserva anche opere moderne. Nel battistero si trova un ciclo di affreschi, attribuiti a Marzo Mazzaroppi (1550-1620), che un tempo appartenevano alla chiesa di Santa Maria della Canonica, andata distrutta durante l'ultimo evento bellico. Un particolare che colpisce il visitatore della concattedrale di San Bartolomeo apostolo in Pontecorvo è la presenza di imponenti porte bronzee, altra opera moderna.
La sua immagine è raffigurata con forza plastica tale da mettere in risalto l'anatomia del corpo, creando un'impressione esaltata di rilievo. L'altra figura di san Bartolomeo apostolo lo rappresenta nell'atteggiamento dell'offerta della sua pelle nel martirio.
Testo: Wikipedia

 

Foto di Stefano Strani

  Il rosone della concattedrale di San Bartolomeo - Foto di Stefano Strani

Non fu semplice ideare porte adatte allo schema architettonico della cattedrale, ricostruita in stile romanico per restare in simbiosi con l'antica torre campanaria. Dal concetto di "porta della santità" nacque il discorso tra committenza ed artista. Discorso che il prof. Guglielmo Savini seppe recepire con sensibilità artistica e sviluppare con porte al di fuori degli schemi tradizionali per la loro linearità e semplicità, dove campeggiano grandi figure quasi a tutto tondo che escono dalle valve stesse.
Sui due battenti della porta maggiore sono stati raffigurati san Bartolomeo apostolo e san Giovanni Battista, il patronus civitatis.

Foto di Marcello Carnevale, Marco Secondi, Carlo Germani, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.
La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di proprietà esclusiva degli autori. 
 

   





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