I COMUNI
  

RICERCA ed INNOVAZIONE, l’Italia negli ultimi posti tra le maggiori economie europee
Comunicato stampa del 12/12/2018






Giuseppina Bonaviri


L’Italia avrebbe bisogno di aumentare la spesa in istruzione e ricerca che risulta inferiore agli altri paesi sviluppati e i rispettivi investimenti, che si sono ridotti a partire al 2009. Proiezioni pessime, insomma.

Lo studio è della Agenzia nazionale di valutazione; ci indica che Roma è il fanalino di coda in Europa mentre la Cina scala le classifiche. L’Italia non investe in ricerca scientifica, un risultato che ci posiziona al 27°gradino , lontani all’obiettivo europeo 2020 che punta al 3% e lontani da Israele  e Corea del Sud che sono primi in classifica. C’è poi un ulteriore problema che riguarda la parità di genere e, infine, la possibilità di non attrarre fondi dovendo di conseguenza ricorrere a comprare all’estero  l’innovazione.



Se consideriamo il numero di pubblicazioni italiane per unità di spesa totalizziamo un punteggio alto mentre non appariamo forti in innovazione perché i Bric ( Russia, India, Brasile, Cina, Sudafrica) corrono velocissimi mentre da noi c’è ancora un divario tra nord e sud, con un elevato numero di ricercatori che abbandona la carriera o va all’estero proprio per mancanza di adeguate risorse. E pensare che i lavoratori della conoscenza non hanno mai inseguito soldi e guadagni.

L’Italia destina alla ricerca solo l’1,3% del Pil e, ad investire poco in questo ambito non è solo lo Stato ma anche le imprese. 90 università in Italia, paese con 60 milioni di abitanti, sembrano troppe perché tutte possano essere competitive ed  attrattive. Se, poi, la gestione politica rinunciasse al controllo della ricerca  potrebbe essere la stessa comunità scientifica  a coordinarne il processo, migliorandone performance e tempi; questo anche perché, rimanendo la ricerca una questione popolare e non elitaria, si darebbe modo a chi la professa di non effettuare più quei tagli indiscriminati come quello del 2018 che ha messo in crisi l’intero sistema di rilancio dell’alta formazione.

Si dovrebbe ricostruire l’organizzazione complessiva a partire dai finanziamenti a pioggia che in ambito di ricerca non hanno senso mentre le università dovrebbero investire in settori competitivi, ragionando in prospettiva  ed in considerazioni di quali nuovi professionisti serviranno nel futuro e quali i progetti di medio e lungo termine da attivare in ambito di innovazione.

Il Progetto Area Vasta Smart sta portando avanti iniziative significative di aggregazione e filiera affinchè anche le amministrazioni si affaccino al mondo scientifico e si stimoli un dibattito di copartecipazione produttivo portando alla ribalta temi e programmi di innovazione sociale e di innovazione.


Frosinone, 12 dicembre 2018  






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